La Lettera di accompagnamento del vescovo mons. Giuseppe Giudice alla Comunità diocesana nella ripresa delle manifestazioni della Pietà popolare

 

 

 

Cose nuove e cose antiche: con la sapienza del discepolo del regno (cfr Mt 13,52)

 

Carissimi,

 

la parola del Concilio, che vogliamo rileggere con attenzione, ci pone nella giusta luce per comprendere il senso autentico della Festa e delle feste.

 

«Secondo la tradizione apostolica, che ha origine dallo stesso giorno della risurrezione di Cristo, la Chiesa celebra il mistero pasquale ogni otto giorni, in quello che si chiama giustamente “giorno del Signore” o “domenica”. In questo giorno infatti i fedeli devono riunirsi in assemblea per ascoltare la Parola di Dio e partecipare alla Eucaristia e così far memoria della passione, della risurrezione e della gloria del Signore Gesù e render grazie a Dio, che li “ha rigenerati nella speranza viva per mezzo della risurrezione di Gesù Cristo dai morti” (1 Pt 1,3). Per questo la domenica è la festa primordiale che deve essere proposta e inculcata alla pietà dei fedeli, in modo che risulti anche giorno di gioia e di riposo dal lavoro. Non le venga anteposta alcun’altra solennità che non sia di grandissima importanza, perché la domenica è il fondamento e il nucleo di tutto l’anno liturgico» (SC 106).

 

«La Chiesa, secondo la sua tradizione, venera i Santi e tiene in onore le loro reliquie autentiche e le loro immagini. Le feste dei Santi infatti proclamano le meraviglie di Cristo nei suoi servi e propongono ai fedeli opportuni esempi da imitare. Perché le feste dei Santi non abbiano a prevalere sulle feste che commemorano i misteri della salvezza, molte di esse siano celebrate da ciascuna Chiesa particolare, nazione o famiglia religiosa; siano invece estese a tutta la Chiesa soltanto quelle che celebrano Santi di importanza veramente universale» (SC 111).

 

Dalla festa della domenica alla festa dei Santi, quasi a cerchi concentrici dall’altare eucaristico fino a raggiungere tutte le periferie e le zone più lontane, dopo la sospensione causata dalla pandemia, accolta e prolungata come un momento di riflessione, vogliamo ora monitorare la ricchezza dell’esistente ed arginare, se occorre, le esagerazioni e le deviazioni che possono aver appesantito le nostre belle realtà popolari.

Mi piace ancora ricordare che sospendere non vuol dire annullare, né stravolgere, ma come Chiesa ci siamo concessi un tempo propizio per riflettere, rivedere e rimotivare il nostro vissuto ecclesiale, aperto sempre ad un territorio vario e frastagliato.

 

Ringrazio, a