Calice Gotico (sec. XIV)

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Calice Gotico (sec. XIV)2017-09-27T11:31:15+00:00

Siamo grati al dr. Alfredo Franco per questo suo studio che ha dato nuova interpretazione al calice di Angri donando agli studiosi del settore indicazioni preziose.

Ricordiamo ai lettori che  il 31/1/2010 il nostro amico, ricercatore, paleografo e scrittore di ‘Storia Patria’,è stato nominato ‘Personaggio sarnese della cultura’.
con questa motivazione: “Per la sua lodevole attività di studio e ricerca, con la quale ha contribuito ad accrescere con inedite pagine di storia, il prestigio della Città di Sarno”.

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TRA FEDE E RAPPRESENTAZIONE DI CETO: SUI COMMITTENTI DEL CALICE ARGENTEO DI ANGRI.*

di Alfredo Franco

Dal 2008 è esposto nel Museo Diocesano “S. Prisco” di Nocera Inferiore un prezioso calice d’argento dorato e smaltato proveniente dalla chiesa di S. Giovanni Battista in Angri, la cui esecuzione è stata posta convincentemente in Napoli tra 1350 e 1375[1].

Sui lobi della base vi sono tre tondi con l’arme del donante sinora rimasta non identificata poiché le ricerche sul prezioso oggetto si sono concentrate poco sull’aspetto meramente araldico privilegiando gli aspetti stilistici e l’iconografia votiva di corredo.

Lo stemma che compare è «costituito da uno scudo con tre fiori stilizzati su una banda orizzontale ed il corpo pieno di ovuli»[2] e che, in accordo con un antico stemmario d’area campana, meglio si direbbe – in modo però meno comprensibile a chi non è avvezzo al linguaggio criptico del blasone –: troncato d’argento e di rosso, alla fascia d’oro attraversante sulla partizione e accompagnata in capo da tre rose male ordinate di rosso, in punta da sei losanghe d’argento (ordinate 3, 2, 1)[3]. In altri codici lo stemma appare con colori diversi e con la disposizione delle losanghe piuttosto varia, ma in buona sostanza l’aspetto è omografo[4]. L’arme appartiene alla famiglia De Risi ed è chiaramente uno stemma definito “parlante”, poiché le losanghe od ovuli posti nella parte inferiore richiamano alla memoria dei chicchi di riso. (figure 1 e 2)

La più antica attestazione di questa famiglia nelle nostre contrade rimonterebbe ad un giudice Sergio de Riso vivente in Nocera alla fine del secolo XII secondo la non sempre attendibile opera dei nostri eruditi[5]. La famiglia si sarebbe stabilita in Angri con Riso de Risis il quale nel 1308 avviò i lavori di costruzione della chiesa di S. Maria e S. Nicola «ai Rafanoli» nel luogo che in seguito sarà il centro del Casale Risi, contrada della cittadina. Lo stesso personaggio avrebbe presenziato alla consacrazione della pia fondazione nel 1321 ed avrebbe donato un calice d’argento. Tale prassi di donare calici o oggetti preziosi alle fondazioni religiose sebbene antica è scarsamente attestata durante il medioevo per il contesto territoriale dell’alta Valle del Sarno. Per la sola città di Sarno, ad esempio, nel tardo sec. XV sono documentate solo quattro disposizioni testamentarie in cui vi è la donazione di un calice argenteo ad un pio luogo, ad una congregazione o alla propria cappella. La più tarda di queste è relativa ad una innominata nobilis mulier che nel 1498 dona un calice di argento alla congrega laicale di S. Bernardino, indicandone il prezzo in ben dieci ducati[6].

Uno dei discendenti di Riso de Risis, o forse un suo figlio considerato il poco scarto cronologico tra dotazione della cappella e realizzazione dell’oggetto custodito nel Museo Diocesano, commissionò quindi un altro calice di fattura più elaborata e munito di stemma, indice di una specifica volontà di rappresentare anche graficamente la preminenza del casato in quella cittadina.

A questa forte connotazione familiare, mediante lo stemma, segue poi l’altra di natura religiosa. Nei castoni ovoidali posti nel nodo tra gambo e coppa dell’oggetto (19,5 mm Ø maggiore, 17,5 mm Ø diametro minore) sono inserite le effigi del Cristo, di s. Pietro, di s. Maria, di s. Giovanni Battista, di s. Paolo, e di un santo che con una mano regge la Bibbia o il Vangelo e con l’altra benedice. Ora, tenendo presente l’intitolazione della chiesetta «ai Rafanoli», si potrebbe identificare la figura con s. Nicola di Myra, il cui culto è assai diffuso nell’agro sarnese-nocerino tanto in epoca medievale quanto in epoca moderna e le cui spoglie mortali nella cattedrale barese erano oggetto di devoti pellegrinaggi. Considerando meglio l’iconografia del tondo, tuttavia, si rileva come l’aspetto del presule non è quella tradizionale poiché non presenta né barba né pastorale. All’epoca della presunta fondazione della chiesa dei De Risis era abbastanza diffuso nel Meridione il culto di s. Ludovico d’Angiò, vescovo di Tolosa, santo “dinastico” e perciò in un certo qual modo anche “nazionale” il che potrebbe aver indotto il patrono della chiesetta a riportarne l’effige sul calice[7]. Una diversa ipotesi (e sembrerebbe la più attendibile ed anche la più semplice) porterebbe invece alla identificazione di questo santo con S. Giovanni Evangelista che è raffigurato con le sembianze giovanili anche in dipinti che sono conservati localmente, come appunto nel polittico dell’altare maggiore[8]. L’immagine del tondo votivo, quindi, potrebbe essere attribuita a uno di questi santi in via del tutto ipotetica vista la genericità degli attributi. (figura 3)

Nella stretta fascia posta proprio al di sotto dei castoni (circa 7 mm di altezza, per la lunghezza di circa 16 mm per sezione) vi corre una invocazione alla Vergine realizzata in una tarda gotica epigrafica dalla forma assai particolare, molto ricca di svolazzi e banderuole esornative. Con una certa difficoltà si può leggere la seguente iscrizione: Ad ad (sic! ripetuto) Maria ave Maria d + r a m + (vedi schema allegato). Si può notare come le prime due lettere D siano realizzate in una capitale dai tratti ispessiti, mentre la terza è in stile onciale forse per sottolinearne la valenza. Ciò detto e fatta salva una possibile e miglior lettura, soprattutto per la stranezza della ripetizione della preposizione iniziale ad che resta da spiegare, è possibile proporre la seguente interpretazione: Ad ad Maria ave Maria d(omina) + r(egina) a(c) m(ater) +. (figura 4)

Alfredo Franco.


 

 

 

* Si ringrazia  d. Natale Gentile Direttore del Museo Diocesano per aver reso possibile le operazioni di ricognizione sul calice e per aver fornito preziosi suggerimenti.

[1] Scheda di Antonio Braca, Calice, in Tesori dArte dellAgro Nocerino-Sarnese. 1. Catalogo, a cura di Natale Gentile, Museo San Prisco Diocesi di Nocera Inferiore – Sarno 2008, pp. 64-66.

[2]Braca, Calice, cit., p. 64.

[3] Biblioteca Nazionale di Napoli, Ms. XVII.24, c.211.

[4]Biblioteca Nazionale di Napoli, Ms. XIV. F.32, cc. 109-113.

[5]Michele de’ Santi, Memorie delle famiglie nocerine, Napoli 1893, vol. II, pp. 247, dove è citato un atto non più consultabile rogato dal notaio Ruggiero della Rocca un tempo conservato nell’archivio della Badia di Cava dei Tirreni.

[6] Per i testamenti cui si è fatto cenno: Alfredo Franco, Regesti del protocollo del notaio Nardo de Marino di Sarno (1475-1476), «Reti medievali»,  12 (2011) 1, p. 565; Id., Sarno e dintorni nel Rinascimento. Luoghi, istituzioni ed élite, in Studi storici sarnesi. Dal Quattrocento al Cinquecento, Benevento 2012, p. 93.

[7] Ferdinando Bologna, Povertà e umiltà: il “San Ludovico” di Simone Martini, «Studi storici», 10 (1969) 2, pp. 231-259; Id., La canonizzazione di san Ludovico di Tolosa e l’origine assisiate dell’ancona napoletana di Simone Martini, in Modelli di lettura iconografica: il panorama meridionale, a cura di Mario Alberto Pavone, Napoli 1999, pp. 17-48.

[8] Quest’ultima interpretazione è stata avanzata da d. N. Gentile in un suo inedito studio sul polittico di Angri, delle cui conclusioni mi ha reso edotto durante i nostri colloqui sul reperto qui esaminato.