Sant’Alfonso Maria de Liguori: l’omelia del Vescovo

Omelia del vescovo monsignor Giuseppe Giudice in occasione della celebrazione nella Basilica di Sant’Alfonso per in occasione della solennità di Sant’Alfonso Maria de Liguori   Liturgia della Parola Is 61,1-3 Sal 89 2Tm 2,1-7 Mt 9,35-38.10,1   Sorelle e Fratelli,…

Omelia del vescovo monsignor Giuseppe Giudice in occasione della celebrazione nella Basilica di Sant’Alfonso per in occasione della solennità di Sant’Alfonso Maria de Liguori

 

Liturgia della Parola

Is 61,1-3

Sal 89

2Tm 2,1-7

Mt 9,35-38.10,1

 

Sorelle e Fratelli,

Carissimi Presbiteri e Figli di Sant’Alfonso,

affascinati dalla Parola di Dio e dalla vita di Sant’Alfonso, parola scritta nella carne e nel sangue per il suo tempo e per ogni tempo – perché i Santi sono uomini di Dio per tutte le stagioni – siamo qui per celebrare la sua festa e la memoria grata nel terzo centenario della sua Ordinazione Sacerdotale, celebrata il 21 dicembre 1726 nel Duomo di Napoli.

A servizio di questa magnifica umanità, chiediamo a Sant’Alfonso il segreto per essere oggi presbiteri sani, santi e sorridenti, mentre Egli ci ricorda che “Gesù è morto per fare un sacerdote!”.

Al nostro popolo chiediamo il dono della preghiera affinché, anche nella fatica del ministero, non si spenga mai il sorriso sulle nostre labbra e la gioia di annunciare il Vangelo, specialmente quando sopportiamo il peso della giornata e il caldo (cfr Mt 20,12).

Attraversando gli scritti e la vita del Santo Fondatore e Missionario, che ha segnato tanto la vita della Chiesa e del Mondo, ci è facile e utile scorgere i tratti essenziali che contribuiscono al mosaico della identità di ogni sacerdote.

Non avendo il tempo di approfondire, che lasciamo al nostro studio personale e alla nostra meditazione, facciamo quasi una passeggiata tra gli scritti alfonsiani, cogliendo qua e là qualche fiore fresco e profumato da offrire alla nostra gente.

Sono le tessere di un mosaico che, messe insieme con pazienza, ci restituiscono l’opera d’arte che è il sacerdozio di Cristo, nostro unico modello (cfr Eb 7,24).

Il sacerdote è innanzitutto uno tutto di Dio: totalità che non ammette divisioni, fratture, lacerazioni e contrapposizioni. È un tutto coagulato nell’amore, amore che produce uniformità, cioè la nostra volontà che si fa una con la volontà di Dio, espressa nella carità pastorale.

Il sacerdote è uomo della preghiera, perché “non saprà mai vivere bene chi non saprà ben pregare”.

Pregare e pregare sempre, facendo della nostra vita un ascolto, una lode, un’offerta, una liturgia esistenziale.

Senza giustificarci che non abbiamo tempo; difatti “abbiamo poco tempo perché molto ne perdiamo” (Seneca).

Studiare sì, e molto, ma innanzitutto davanti al Crocifisso e al Santissimo Sacramento.

Il sacerdote è un uomo attento alla storia e alla geografia; uomo del qui e dell’adesso, perché sa che c’è un altrove, un oltre, un Altro, non racchiuso nel perimetro del presente, ma aperto sugli orizzonti dell’eternità, e perciò capace di leggere i segni dei tempi.

Immersi nel tempo noi sacerdoti dobbiamo vivere con la coscienza che “il tempo vale quanto vale Dio”.

Siamo nel mondo certamente, uomini degli affari di Dio, e non dei propri affari.

Il sacerdote è ministro della Parola per “predicare Gesù Cristo e non noi stessi”. Attento al mondo, usa parole semplici che dal cuore vanno al cuore, solo dopo avere attraversato il Cuore di Cristo che purifica e rende umili.

 

Il sacerdote è servo della riconciliazione: aspetta “nell’armadio dei peccati” come padre, medico, dottore e giudice, ma rimane sempre un pescatore di uomini, un pastore che va in cerca dei perduti, perché sa che la redenzione è un atto di amore.

 

Il sacerdote è ministro dell’Eucarestia, tra gli altri, il grande amore di Sant’Alfonso: “Io vi credo presente nel Sacramento dell’altare”.

L’Eucarestia, per Sant’Alfonso, è Gesù presente, vicino di stanza, coinquilino, dirimpettaio, amico di tutte le ore e al centro della sua vita.

Sant’Alfonso sogna sacerdoti eucaristici, uomini graziati e del grazie, impastati nella misericordia, coscienti che molto gli è stato perdonato; uomini gratis perché “la messa è il grazie di tutte le cose e di tutti gli uomini”.

Il sacerdote è cantore di Maria in tutte le stagioni della vita, perché figlio amato e partorito sotto la Croce.

Pur in mezzo alla tempesta della vita, nei flutti e nelle angosce, non è mai orfano e solo: la Madre è sempre là, O bella mia Speranza!

Sant’Alfonso chiede sacerdoti sani, santi e sorridenti che rifuggono la mediocrità; egli combatte la mediocrità assunta come progetto di vita perché sa bene che la Copiosa Redemptio non è uno sconto, un tirare a campare, un giocare al ribasso, ma è un supremo atto d’amore, al quale si risponde solo amando, donando e perdonando.

In una cultura liquida, il mediocre si adatta a tutto, prendendo la forma di ogni contenitore. Il credente, forte, aspira ad assumere la forma di Cristo; questa è la vera formazione che chiede la postura della Croce, l’abbassamento e le braccia spalancate.

Il mediocre fa collezione di bandiere e ogni giorno ne cambia una, ed è sempre pronto a sventolare quella che gli è utile al momento.

Il credente, forte, custodisce con amore la sola bandiera di Cristo, perché il suo vessillo è la Croce, Unica spes.

Il mediocre ha un guardaroba pieno di vestiti che cambia all’occasione; il credente, forte, è fedele all’abito battesimale perché si è rivestito di Cristo, tutto consacrato a Lui.

Il mediocre respira opinioni cangianti ad ogni ora e ad ogni stagione, adattandosi ad ogni faraone di turno; il credente, forte, ha un unico pensiero, il pensiero di Cristo: per esso è disposto a rimanere solo nella cerchia degli amici, a dare la vita, e perciò è capace di dialogare con tutti, perché fondato solo nella fedeltà del Signore.

Il mediocre, confuso dal pensiero corrente, confonde il mistero della Chiesa con altre associazioni politiche o di beneficenza; confuso nella mente e nel cuore, non ha il coraggio di difendere sua madre, la Chiesa che lo ha generato alla fede, come invece fa il vero credente.

Il vero credente, anche se deriso ed oltraggiato, rimane nell’amore della Chiesa, bagnato e redento dal sangue prezioso di Cristo, e continua ad amare la mamma specialmente quando è anziana, ammalata, o presa in giro

In un tempo complesso, scristianizzato, mentre il folclore in modo subdolo investe le nostre comunità, e nel contempo cresce l’autentica sete di Vangelo, a noi Chiesa non è consentito indossare l’abito della aurea mediocritas.

Abbiamo bisogno di riscoprire oggi l’autentica devozione ai nostri Santi, profeti scomodi di una nuova umanità, testimoni gioiosi del Vangelo, maestri di vera civiltà e autorevoli compagni del Risorto.

Ogni credente, ed in modo speciale ogni sacerdote, per rifuggire la mediocrità deve imitare la postura di Giovanni sotto la Croce e risentirsi figlio amato: Ecco tuo figlio! (Gv 19,26).

Sotto la Croce si troverà in compagnia di Maria, emulo del suo stabat può attingere a piene mani alla sorgente della Copiosa Redemptio, e risentirsi figlio, ancora e sempre più amato: Ecco tua madre! (Gv 19,27).

Nella statio sotto la Croce il progetto del Padre si compie; ora ogni tessera del mosaico è al suo posto, la redenzione si realizza ed ogni uomo è redento, cioè salvato nel tempo e per l’eternità, e nell’unico Sacerdozio di Cristo tutti i sacerdoti sono abbracciati, sostenuti e fatti santi.

Accanto a Sant’Alfonso, stasera ci chiediamo: “Noi preti, chi siamo? Noi siamo anzitutto dei credenti, e si deve vedere. Non dal vestito (anche), ma da che uomini siamo, come credenti. Se non si vede il credente, del prete si finisce per vedere solo un povero uomo che ha nascosto le sue paure, le sue superficialità, le sue insicurezze, le sue velleità, e i suoi rancori nell’involucro di una funzione, e senza rendersene conto le trasforma in prepotenze, grandi o piccole, visibili o invisibili.

Noi siamo dei credenti, a cui è capitato di diventare preti, a cui ancora tanta gente riconosce l’onore e la responsabilità di essere ministri del Vangelo, e per questo ci è grata, e ci vuole bene, sinceramente bene, specie la gente semplice, che si fida di noi, e per noi ha un rispetto persino commovente.

Dobbiamo sempre ricordarcelo. La fiducia dei semplici è tra i debiti morali più alti che esistono.

Siamo dei credenti che hanno dato la loro disponibilità a prendersi cura della Comunità in modo ufficiale e permanente, cioè per tutta la vita, e non come un mestiere; dedicare tutto il nostro cuore, tutta la nostra mente, tutta la nostra anima e tutte le nostre forze, solo a beneficio della comunità” (cfr Giuliano Zanchi, Rivista del Clero Italiano, n.3, marzo 2026)

Grazie, Sant’Alfonso, per il tuo sacerdozio sano, santo e sorridente, e perciò fecondo e capace di stupore.

Questo ci basta!

Amen.

Pagani, 1 agosto 2026

 

+ Giuseppe, Vescovo

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