
Corpus Domini: l’omelia del vescovo per la Celebrazione diocesana
Corpus Domini: l’omelia del vescovo per la Celebrazione diocesana in piazza 5 Maggio a Sarno
Liturgia della Parola
Dt 8,2-3.14b-16a
Sal 147
1Cor 10,16-17
Gv 6,51-58
Signore, dacci sempre questo pane! (Gv 6,34)
Sorelle e fratelli,
Chiesa eucaristica pellegrina in Nocera Inferiore-Sarno, io penso che il grano sia stato, insieme alla vite, una di quelle piante che Dio guardò con particolare tenerezza quando la terra, emersa dalle acque, fu asciutta e rispondeva al divino comando.
Per questa tenue pianticella inclinò dolcemente la terra e dette ordine al sole di scaldarla pian piano, tirarla su dopo il gelido inverno e farla gaia nella sua giovinezza per la compagnia di svariati fiori, sfrecciata da ampi voli di rondini e danze di farfalle e insetti, fino a renderla tutta colorita per i suoi infuocati baci estivi, e curva per la pesante spiga.
Con il sudore del tuo volto mangerai il pane (Gn 3,19), fino ad ascoltare la parola del Maestro: Io sono il pane della vita (Gv 6,48).
Questo avveniva all’alba del mondo, quando l’uomo ancora non c’era, ma era per l’uomo che Dio già operava nella luce eterna in comunione con il Figlio e lo Spirito Santo.
Il grano, il pane, l’ostia santa che ci sta dinanzi, e nella quale tutto si riassume, umile e cheta, tra lumi e fiori, frutto della terra e del lavoro dell’uomo, consacrata dal sacerdote: Egli, senza padre, senza madre, senza genealogia, senza principio di giorni né fine di vita, fatto simile al Figlio di Dio, rimane sacerdote per sempre (Eb 7,3).
Fra tutte le piante proprio questa del grano, a me pare, impegna tutte e quattro le stagioni.
Il grano accompagna l’uomo per tutti i mesi dell’anno, di ogni anno, sempre.
D’autunno lo si semina, d’inverno accestisce e cova nel tiepido seno della terra (sotto la neve pane, sotto il freddo fame).
A primavera sbotta giovane, tenero e sensibile a ogni stimolo di crescita, per poi maturare turgido e biondo in estate.
Dai campi passa ai granai e poi ogni mattina profuma le strade e le case, ogni tipo di mensa.
Lo trovi nelle stazioni ferroviarie, negli aeroporti, nelle scuole e nelle mense aziendali, a ogni refezione nei più svariati luoghi di lavoro, di ricreazione, di sofferenza o di gioco, e specialmente nei cestini dei nostri fanciulli.
Tornano nell’anima le parole del Maestro: Sarò sempre con voi, tutti i giorni, fino alla consumazione dei secoli (Mt 28,20).
Ed oggi il pane lo troviamo anche abbondantemente nei cassonetti dell’immondizia, di un mondo che calpesta e getta anche la vita.
Cara, consolante presenza quella del pane. Lo sappiamo tutti, ma ancora meglio chi ricorda i tempi neri delle carestie e delle guerre, e chi oggi ancora le vive in tante parti del mondo.
Come si guardava con timore e riverenza al sacco di farina posto dietro l’uscio di cucina, accanto alla madia, come la lampada al Tabernacolo; e quanta luce dava ai volti dei figli e specialmente a quelli dei genitori.
Che tenerezza e distensione dell’anima sapere che fra tante case del nostro borgo, o della nostra città, ce n’è una dentro la quale c’è Lui, quel Pane, quell’attesa paziente e quella vigile amicizia al di là di una porta che ognuno può spingere senza prima bussare, senza timore di dare fastidio, perché sa di essere gradito e ricevuto come se al mondo ci fosse lui solo.
E sembra di sentire per le strade una voce: “Voi che passate per la via, fermatevi un attimo in mia compagnia!”
E si può mangiare, tutti e sempre, senza denaro avere pane e attingere acqua, ed essere sazi e saperci autorizzati a tornare con la ritornante fame, e sempre attesi.
E di quell’ostia dobbiamo fare quello che ognuno fa col pane di ogni giorno: assimilarlo per crescere e ridonarlo in tanti gesti evangelici.
Chi potrebbe da un pezzo di pane tirar fuori la limpidezza dei tramonti autunnali e il profumo della terra, che in quel tempo si apriva alla semina?
Come ritrovare in quel pane lo scintillio della brina e il candore della neve, l’ululo del vento nel rigido inverno quando il chicco moriva?
E poi il profumo dei fiordalisi, lo splendore dei rosolacci, l’occhieggiare delle lucciole e il garrire delle rondini nella esplodente primavera?
Quel pezzo di pane contiene tutto il fulgore dell’estate.
Contiene anche il canto dei mietitori e delle macchine che separano il grano dalla paglia, lo riducono in bianca farina.
Serba dentro di sé la carezza di una mamma che lo impastò e il crepitio del bosco che arse nel forno, e certamente il sudore di ogni lavoratore.
Chi può ritrovare tutte queste cose in un pezzo di pane? Solamente i poeti, gli artisti e i mistici? Una volta mangiato quel pane, assimilato e fatto sangue nostro, vita nostra, restituisce giorno per giorno i doni di Dio e i gesti di Gesù.
Così, rendiamo al mondo, trasformato dalla nostra vita, nutrita da quel Pane, le stagioni del Vangelo, l’Anno Liturgico ri-espresso in forma sempre nuova e sempre più bella.
Restituiamo il Gesù mistico, la bellezza della Chiesa, rivestita di veste multicolore, cioè sempre uguale e sempre aggiornata a quanto di buono e di bello i vari tempi scoprono e producono.
Gesù, Ostia consacrata, si ripresenta uguale, sempre su ogni altare, in ogni parte del mondo, nell’innocenza dei piccoli, nella fragilità degli ammalati, nel programma delle Beatitudini, nella fraternità e paternità sempre da ricostruire.
Dinanzi a quest’Ostia, ognuno riconosca la sua povertà e il dono in essa contenuto.
Dinanzi a quest’Ostia riconosciamo la grandezza di Dio e la piccolezza dell’uomo, frammento indifeso e fragile, come un frammento di Ostia, ma capace di contenere il cuore stesso di Dio.
Impariamo, dinanzi all’Ostia consacrata, a riscoprire il nostro Battesimo, l’origine della nostra vita in Lui e tutto il cammino sacramentale, che è evangelizzazione.
Dinanzi a quest’Ostia ringraziamo tutti coloro che, a cominciare dalle famiglie, educano i piccoli a gustare il sapore delle cose di Dio.
In ginocchio dinanzi a quest’Ostia, incoraggiamo le coppie cristiane che vivono il sacramento del matrimonio e non si scoraggiano, nonostante le difficoltà, a diventare pane buono per la mensa di ogni giorno e la crescita della famiglia di Dio.
Inginocchiati dinanzi all’Ostia santa, riprendiamo la strada che ci conduce alle case degli ammalati, dove tanti fratelli e sorelle crocifissi attendono il pane della vita, il farmaco dell’immortalità.
Uniti a quest’Ostia, non dimentichiamo di presentare ai giovani la bellezza delle Messa domenicale e della necessità di nutrirsi di quel pane, senza il quale non si cresce o si cresce male, perché manca l’orizzonte del cielo.
Insieme a Gesù, Ostia consacrata, rimaniamo accanto ai tanti lavoratori delle braccia e della mente che segnano e sognano una nuova Civiltà dell’amore.
Come è efficace, come è semplice, come è vera, come è attuale, Sorelle e Fratelli, questa pastorale eucaristica che, partendo dall’altare all’altare ritorna, dopo aver percorso le tante strade della vita, e senza la quale la Chiesa non vive e Cristo si dissolve in una bolla di sapone.
Come nuovi missionari eucaristici, ripetiamo ancora, coscienti della nostra povertà, la preghiera degli Apostoli: Signore, dacci sempre questo pane!
“Dio, che di chiara luce
tessi la trama al giorno,
accogli il nostro canto
nella quiete del vespro.
Ecco il sole scompare
all’estremo orizzonte;
scende l’ombra e il silenzio
sulle fatiche umane.
Non si offuschi la mente
nella notte del male,
ma rispecchi serena
la luce del tuo volto.
Te la voce proclami,
o Dio trino ed unico,
te canti il nostro cuore,
te adori il nostro spirito”.
(Dalla Liturgia delle Ore)
Sostenuti da Maria, Donna Eucaristica, come i Discepoli di Emmaus ripetiamo insieme: “Resta con noi, perché si fa sera e il giorno è ormai al tramonto”. (Lc 24,29).
Amen.
+ Giuseppe Giudice, Vescovo
