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Omelia della Messa Crismale 2026

L’omelia della Messa Crismale del Giovedì Santo. Dalla Cattedrale di San Prisco, il vescovo Giuseppe Giudice ha detto ai presbiteri: «Troviamo la nostra identità nel dato teologico, nella tradizione vivente della Chiesa e nel Cuore stesso di Cristo»    …

L’omelia della Messa Crismale del Giovedì Santo. Dalla Cattedrale di San Prisco, il vescovo Giuseppe Giudice ha detto ai presbiteri: «Troviamo la nostra identità nel dato teologico, nella tradizione vivente della Chiesa e nel Cuore stesso di Cristo»

 

 

Liturgia della Parola

Is 61,1-3a.6a.8b-9

Sal 88(89)

Ap 1,5-8

Lc 4,16-21

 

«Nostro sacerdote, Cristo prega per noi; nostro capo, egli prega in noi; nostro Dio, noi lo preghiamo; riconosciamo in lui le nostre voci, e la sua voce in noi» (Sant’Agostino, Enarr. In Ps 85,1).

 

Sorelle e fratelli,

carissimi presbiteri, diaconi, religiose e religiosi, popolo santo di Dio, come ogni anno risaliamo al Cenacolo, sala al piano superiore, grande e addobbata (Lc 22,12), per essere unti dall’olio, ritrovare le ragioni della nostra vocazione e profumarci di Crisma.

Ogni giovedì santo tutta la Chiesa è convocata, quasi radunata dai sentieri della dispersione; ricca e variegata in tutti i suoi membri, vestita a festa perché Chiesa del Crocifisso-Risorto.

Siamo tutti vocati, attesi, accolti, perché amati, a casa e di casa, e sempre rigenerati nel grembo trinitario.

In questo giovedì santo, mentre accolgo la Chiesa diocesana, popolo consacrato (Dt 7,6), allargando l’abbraccio oltre il perimetro di questa Cattedrale, mi sembra opportuno soffermarmi sulla bellezza del ministero presbiterale per incoraggiare, spronare e ringraziare i nostri presbiteri, i diaconi, senza i quali saremmo depauperati del pane eucaristico, dono della notte in cui veniva tradito.

Non è superfluo, per non rischiare di rimanere estranei al mistero, rileggere e meditare il numero 7 della Costituzione conciliare Sacrosanctum Concilium:

«Per realizzare un’opera così grande, Cristo è sempre presente nella sua Chiesa, e in modo speciale nelle azioni liturgiche. È presente nel sacrificio della messa, sia nella persona del ministro, essendo egli stesso che, “offertosi una volta sulla croce, offre ancora se stesso tramite il ministero dei sacerdoti”, sia soprattutto sotto le specie eucaristiche. È presente con la sua virtù nei sacramenti, al punto che quando uno battezza è Cristo stesso che battezza. È presente nella sua parola, giacché è lui che parla quando nella Chiesa si legge la sacra Scrittura. È presente, infine, quando la Chiesa prega e loda, lui che ha promesso: “Dove sono due o tre riuniti nel mio nome, là sono io, in mezzo a loro” (Mt 18,20).

Effettivamente per il compimento di quest’opera così grande, con la quale viene resa a Dio una gloria perfetta e gli uomini vengono santificati, Cristo associa sempre a sé la Chiesa, sua sposa amatissima, la quale l’invoca come suo Signore e per mezzo di lui rende il culto all’eterno Padre».

Se noi siamo, non per nostri meriti, i ministri di questa presenza misterica, dobbiamo scavare e raccogliere dalla cava che è la Parola di Dio il profilo sempre nuovo ed affascinante del ministero presbiterale, al quale per grazia siamo stati chiamati.

Chi è stato ieri, e chi è oggi il presbitero?

Non ci attardiamo su letture sociologiche, che pure sono indicative e rivelatrici, ma noi troviamo la nostra identità nel dato teologico, nella tradizione vivente della Chiesa, e finalmente nel Cuore stesso di Cristo, testimoniato nel tempo da tanti ricchi profili sacerdotali, che hanno segnato anche la nostra vita.

Ogni presbitero è:

  • un custode geloso del patrimonio di verità ricevuto (cfr 1Tm 6,20);
  • un dispensatore integerrimo ed esatto di tesori divini (cfr 1Cor 4,1-1Pt 4,10-1Tm 1,7-8);
  • un testimone che non può tacere (cfr At 4,20);
  • un amico, iniziato alle confidenze del Maestro (cfr Gv 15,15);
  • un convocato ad un colloquio intimo ed ineffabile con Lui (cfr Gv 15,4-9);
  • un corridore, con Pietro e Giovanni, nel giardino della Risurrezione il mattino di Pasqua (cfr Gv 20,3-10);
  • un amato ed un amante della Chiesa (cfr Ef 5,25);
  • un segno sacramentale del Viandante di Emmaus (cfr Lc 24,15).

 

A volte ci chiediamo: senza la Chiesa, mia madre, quale canale avrebbe utilizzato il Maestro per chiamarci? Nel Battesimo lo Spirito ci fa Chiesa; nel sacramento dell’Ordine ci configura di più a Lui, capo della Chiesa, e ci manda per edificare la Chiesa nel cuore degli uomini, che sono per noi gli estremi confini della terra e i nostri crocicchi.

Siamo sempre coscienti di questo mandato, che ha rivoluzionato la nostra vita?

Siamo liberi da ingerenze e condizionamenti, interne ed esterne, che ci rallentano nell’annuncio del Vangelo?

Siamo servi che accolgono o, a volte, allontanano dalla mensa del Signore?

Siamo resi edotti che, senza la nostra testimonianza personale, ogni pastorale è destinata a fallire, e specialmente quella vocazionale?

Dinanzi alla sproporzione tra il dono ricevuto e l’involucro fragile, sempre ritorna la parola di Gesù all’Apostolo: Sufficit tibi gratia mea ­– Ti basta la mia grazia (cfr 2Cor 12,7-10), mentre la spina nella carne ci impedisce di insuperbirci.

Si diventa così nel tempo i cantori della misericordia, mentre sempre più prendiamo coscienza della nostra miseria. Non perfetti, non autosufficienti, non arrivati, ma peccatori riconciliati e sempre perdonati; testimoni autorevoli del mattino di Pasqua che portano ancora negli occhi, nel cuore e nella carne lo strazio della Croce.

Uomini umani, unti con olio di letizia (cfr Is 61,3), che donano il perdono ed edificano comunità aperte e gioiose, perfettibili e non perfetti.

Cosciente di tanto dono, ogni presbitero è un artista della bellezza, a cominciare dalla Liturgia, dall’ars celebrandi, dall’omelia, dall’uso di un linguaggio nobile ed attraente, fino al decoro di ogni edificio sacro, che deve rimandare alla Bellezza eterna, antica e sempre nuova.

Rinnovando oggi gli impegni dell’Ordinazione, ogni presbitero si impegni ad essere seminatore di bellezza con la vita, le parole e le opere.

Si sforzi, per grazia di Dio, ad essere testimone di fraternità, capace di unire e mai dividere; cantore della semplicità, di una gioia non passeggera, non edulcorata, ma che sboccia e verdeggia sul tronco della Croce, perciò autentica e capace di contagio.

È la gioia cristiana che, come pianta sempreverde, attraversa tutte le stagioni, specialmente le più fredde e difficili.

Come è alto, come è bello e singolare, come è pasquale il nostro ministero, fratelli; Croce e Gloria, è come la Settimana Santa!

Ma, permettetemi, come è difficile; si, difficile, non facile, ed oggi forse ancora di più, specialmente se ci chiedono di essere degli automi e non persone, quasi distributori automatici.

Ma, siamone certi, il ministero rende felici.

Non facile, ma felice è il nostro ministero, il nostro servizio al popolo santo di Dio.

Ecco, alla fine, chi siamo: non chiamati per cose facili, ma felici per realizzare avventure ardue, mentre ci accorgiamo che l’orizzonte è sempre oltre, più in là.

Per questo, nonostante le tempeste non abbandoniamo la sua barca, perché senza di Lui siamo nulla (cfr Gv 15,5).

Ma con Lui “siamo certi che avremo la stessa sorpresa di Dio, o meglio, avremo la stessa sorpresa di Pietro: la pesca sarà abbondante, anche se la rete prima è tornata vuota! Perché il Signore dimora la barca di Pietro, divenuta sua Cattedra e suo servizio d’amore!” (Card. J. Ratzinger).

 

Sono tanti i motivi, sorelle e fratelli, per i quali sempre vi chiediamo di pregare per noi, di sostenerci, accompagnarci, correggerci, supportare le nostre stanchezze e le nostre solitudini.

Siamo ministri del Signore non per distribuire servizi religiosi, quasi santoni del villaggio, ma per consegnarVi il Dio di Gesù Cristo, l’Amore Crocifisso, il significato autentico della nostra vita e di ogni vita, Gesù Cristo, l’Unico necessario.

Voi sarete chiamati sacerdoti del Signore, ministri del nostro Dio sarete detti. Io darò loro fedelmente il salario…

Affascinati da questo mistero, un giorno abbiamo risposto sì e ci siamo prostrati sul pavimento della nostra Chiesa, mettendo le nostre mani nelle mani del Vescovo, cioè della Chiesa e di Gesù Cristo, in un per sempre che fatica ad accettare diminuzioni, defezioni e manipolazioni.

 

Se per un attimo stamattina, come Giovanni il discepolo amato, noi chiniamo la testa sul petto del Maestro, sentiremo i palpiti del suo cuore, la passione interiore, la forza trasformante dell’amore, e ne riceveremo nuova linfa per il nostro ministero.

Su quel petto, cioè sul suo Cuore sempre trafitto, abbandoniamoci con fiducia, come il giorno dell’Ordinazione sul pavimento della Chiesa, emozionati e coscienti di tanto dono dall’alto, e di tanta nostra povertà dal basso.

Solo rimanendo su quel Cuore potremo raggiungere, da presbiteri in cammino di santità, tutte le periferie geografiche ed esistenziali: per questo mi ha consacrato con l’unzione e mi ha mandato a portare ai poveri il lieto annuncio…

E come quel giorno, santo per noi, fatti spettacolo al mondo, agli angeli e agli uomini (1Cor 4,9), ricolmi di nuovo entusiasmo rialziamoci e riandiamo verso chi ancora attende il Vangelo, sempre freschi e odorosi di Crisma, profumo della prima Pasqua e della perenne Pentecoste, fuoco che anima la Chiesa, per cantare per sempre l’amore del Signore.

Amen.

Nocera Inferiore, Cattedrale di San Prisco, 2 aprile 2026

+ Giuseppe Giudice, Vescovo

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