Messaggio per l’Anno Pastorale 2025-26

«Se ricolmi la tua anima con il nutrimento della divina Parola e ricevi fedelmente il Pane che discende dal cielo e dà vita al mondo, ossia il corpo del Signore Gesù, allora tu sei diventato Betlemme, davvero degno di accogliere…

«Se ricolmi la tua anima con il nutrimento della divina Parola e ricevi fedelmente il Pane che discende dal cielo e dà vita al mondo, ossia il corpo del Signore Gesù, allora tu sei diventato Betlemme, davvero degno di accogliere il Signore»

San Bernardo

 

«Ed essi narravano ciò che era accaduto lungo la via e come l’avevano riconosciuto nello spezzare il pane»
Lc 24,35

 

 

Sorelle e fratelli,

Chiesa del Dio vivente, pellegrina in Nocera Inferiore-Sarno, colonna e sostegno della verità (cf 1Tim 3,14-16), mentre l’Anno Santo sta cedendo il passo ad un nuovo tempo di grazia, attraverso il portale dell’Avvento, noi ci inoltriamo nel nuovo Anno Liturgico-Pastorale 2025/26.

Celebrando insieme i Primi Vespri, vogliamo educarci sempre più al senso dell’attesa, allo stupore della vigilia, per gustare in pienezza la festa, che ha sempre la sua fonte e il suo culmine nel pane eucaristico. Ci accompagnano ancora il Viandante e i viandanti di Emmaus che, ritornati nel cenacolo di Gerusalemme, narravano ciò che era accaduto lungo la via e come lo avevano riconosciuto nello spezzare il pane (Lc 24,35).

Narrare e riconoscere possono essere i verbi che devono accompagnare il nostro percorso pastorale. Narrare vuol dire riscoprire la teologia e la catechesi narrativa, in modo da inserirsi da veri protagonisti nel racconto, mai terminato, della storia della salvezza, historia salutis, che è il tempo della mia vita, raccontata da Dio nella storia del Figlio, che lo Spirito rende attuale ed operante oggi. Narrare non una favola per addormentarci, ma una storia per svegliarci, per ritrovare la nostra dignità di figli amati da Dio, cercati e mandati ai crocicchi di ogni storia. Narrare, con linguaggio bello e accattivante, senza nulla togliere allo spessore e alla veridicità di quella storia, anche quando brucia sulle nostre ferite. Narrare, con parabole e nuove parabole, come ha fatto Gesù per farsi comprendere dai più semplici e piccoli.

«Dio, nessuno lo ha mai visto: il Figlio unigenito, che è Dio ed è nel seno del Padre, è lui che lo ha rivelato» (Gv 1,18): così scrive l’evangelista Giovanni nel prologo del suo Vangelo. In latino il testo è ipse enarravit, cioè Egli ce lo ha narrato, raccontato. Stiamo attenti a chi, oggi peregrinando per le parrocchie, va cercando uno sconto sul tempo della narrazione, della catechesi, non sapendo il male che si fa ai piccoli, e forse non conoscendo il bene che la catechesi fa ai lori figli. In questo contesto, accogliamo con docilità e responsabilità il testo diocesano appena consegnato alla nostra Chiesa[1]. Seminiamo oggi il seme evangelico, per avere già oggi e di più domani, cittadini e cristiani, adulti e credenti, capaci di narrare le meraviglie di Dio – mirabilia Dei – con la propria vita.

Se abbiamo ascoltato, accolto e compreso il racconto evangelico, allora possiamo riconoscere; si passa, forse senza saperlo, dal narrare al riconoscere, e dal conoscere al ri-conoscere. Per conoscere può bastare l’intelligenza, per riconoscerLo abbiamo bisogno dell’intelligenza della fede, quello sguardo penetrante, che ci fa leggere dentro, in profondità e non ci fa rimanere alla superficie; occorre il dono e il senso speciale che ci viene solo dallo Spirito Santo, ed è dato in dotazione gratuita, non ai superbi e saccenti, ma solo agli umili. Per essere un giorno riconosciuti da Lui (cf Mt 10,32) dobbiamo essere attenti oggi a riconoscerlo nel nostro frattempo dove ci giochiamo il senso della nostra vita. Riconoscerlo nel frammento della Scrittura, in un frammento di ostia, nel frammento di una vita segnata dalla fragilità; riconoscerLo nel legno della culla di Betlemme e sul legno della croce di Gerusalemme, per poter accedere alla luce del mistero pasquale. Narrando e riconoscendo, alla scuola della nostra tradizione ecclesiale, ci accorgeremo che è sempre e solo lo stesso Cristo.

 

Ora passo la parola a san Giovanni Crisostomo[2], affinché ci aiuti in questo non facile riconoscimento: «Vuoi onorare il corpo di Cristo? Non permettere che sia oggetto di disprezzo nelle sue membra cioè nei poveri, privi di panni per coprirsi. Non onorarlo qui in chiesa con stoffe di seta, mentre fuori lo trascuri quando soffre per il freddo e la nudità. Colui che ha detto: “Questo è il mio corpo”, confermando il fatto con la parola, ha detto anche: “Mi avete visto affamato e non mi avete dato da mangiare” (cfr. Mt 25, 42) e “Ogni volta che non avete fatto queste cose a uno dei più piccoli tra questi, non l’avete fatto neppure a me” (cfr. Mt 25, 45). Il corpo di Cristo che sta sull’altare non ha bisogno di mantelli, ma di anime pure; mentre quello che sta fuori ha bisogno di molta cura. Impariamo dunque a pensare e a onorare Cristo come egli vuole. Infatti, l’onore più gradito che possiamo rendere a colui che vogliamo venerare è quello che lui stesso vuole, non quello escogitato da noi. Anche Pietro credeva di onorarlo impedendo a lui di lavargli i piedi. Questo non era onore, ma vera scortesia. Così anche tu rendigli quell’onore che egli ha comandato, fa che i poveri beneficino delle tue ricchezze. Dio non ha bisogno di vasi d’oro, ma di anime d’oro. Con questo non intendo certo proibirvi di fare doni alla Chiesa. No. Ma vi scongiuro di elargire, con questi e prima di questi, l’elemosina. Dio, infatti, accetta i doni alla sua casa terrena, ma gradisce molto di più il soccorso dato ai poveri. Nel primo caso ne ricava vantaggio solo chi offre, nel secondo invece anche chi riceve. Là il dono potrebbe essere occasione di ostentazione; qui invece è elemosina e amore. Che vantaggio può avere Cristo se la mensa del sacrificio è piena di vasi d’oro, mentre poi muore di fame nella persona del povero? Prima sazia l’affamato, e solo in seguito orna l’altare con quello che rimane. Gli offrirai un calice d’oro e non gli darai un bicchiere d’acqua? Che bisogno c’è di adornare con veli d’oro il suo altare, se poi non gli offri il vestito necessario? Che guadagno ne ricava egli? Dimmi: se vedessi uno privo del cibo necessario e, senza curartene, adornassi d’oro solo la sua mensa, credi che ti ringrazierebbe o piuttosto non si infurierebbe contro di te? E se vedessi uno coperto di stracci e intirizzito dal freddo, trascurando di vestirlo, gli innalzassi colonne dorate, dicendo che lo fai in suo onore, non si riterrebbe forse di essere beffeggiato e insultato in modo atroce? Pensa la stessa cosa di Cristo, quando va errante e pellegrino, bisognoso di un tetto. Tu rifiuti di accoglierlo nel pellegrino e adorni invece il pavimento, le pareti, le colonne e i muri dell’edificio sacro. Attacchi catene d’argento alle lampade, ma non vai a visitarlo quando lui è incatenato in carcere. Dico questo non per vietarvi di procurare tali addobbi e arredi sacri, ma per esortarvi a offrire, insieme a questi, anche il necessario aiuto ai poveri, o, meglio, perché questo sia fatto prima di quello. Nessuno è mai stato condannato per non aver cooperato ad abbellire il tempio, ma chi trascura il povero è destinato alla geenna, al fuoco inestinguibile e al supplizio con i demoni. Perciò mentre adorni l’ambiente del culto, non chiudere il tuo cuore al fratello che soffre. Questi è un tempio vivo più prezioso di quello».

Vi benedico.

[1] «Gesù in persona si avvicinò e camminava con loro (Lc 24,15) – Cammino diocesano per l’Iniziazione Cristiana»

[2] Omelie sul Vangelo di Matteo di san Giovanni Crisostomo, vescovo (Om. 50, 3-4; PG 58, 508-509)