
Omelia XXX anniversario ordinazione presbiterale mons. Milite
Omelia del vescovo monsignor Giuseppe Giudice in occasione della Messa per il XXX anniversario di ordinazione presbiterale di monsignor Pietro Milite
Liturgia della Parola
2Cor 4,7-15
Sal 125
Mt 20,20-28
Eccellenza Reverendissima,
Presbiteri, Sorelle e Fratelli,
Carissimo Don Pietro,
nella festa liturgica dell’Apostolo San Giacomo, il Maggiore, è bello fare memoria del dono sacerdotale ricevuto e dare a tutta la celebrazione, oltre al canto della gratitudine, il tono vocazionale per chiedere al padrone del campo gli operai necessari per la sua vigna.
Saluto i tuoi genitori, la tua famiglia, e gli amici convenuti; e un pensiero grato per Mons. Gioacchino Illiano, di venerata memoria, e per tutti coloro che partecipano alla nostra celebrazione nella comunione della Liturgia celeste.
Ci lasciamo illuminare dalla Parola di Dio proclamata, che sempre getta fasci di luce sui nostri sentieri e sul nostro pellegrinaggio, e nella quale in filigrana possiamo scorgere il mistero e il ministero di ogni presbitero.
Noi abbiamo un tesoro in vasi di creta, ci ricorda l’Apostolo.
Siamo noi i vasi di creta e, per dirla con il Manzoni, spesso siamo “come un vaso di terracotta costretti a viaggiare in compagnia di molti vasi di ferro” (A. Manzoni, I Promessi sposi, Cap. I).
Ma il vaso ha la funzione di contenere il tesoro: la grazia, il sacramento, la vocazione; e il materiale friabile ha il compito di ricordarci per renderci umili che questa straordinaria potenza appartiene a Dio e non viene da noi.
È fragile il vaso, ma è prezioso il tesoro.
E se il vaso ha bisogno di restauro, possiamo utilizzare l’antica tecnica giapponese del Kintsugi, il restauro con l’oro: le ferite rimangono ma sono impreziosite dall’oro, come avviene nel Mistero pasquale; e così le ferite diventano feritoie attraverso le quali passa la luce del Risorto.
L’Apostolo ci suggerisce anche lo stile per custodire il tesoro:
tribolati – non schiacciati
sconvolti – non disperati
perseguitati – non abbandonati
colpiti – non uccisi.
Il pellegrino di speranza, il presbitero, si sofferma non sui primi verbi di cui condividiamo la fatica, ma sui secondi; non sulla morte, ma sulla vita perché egli è testimone della risurrezione.
È un uomo che crede perciò parla, annuncia il Vangelo, non solo attento al vaso, il contenitore, ma soprattutto al contenuto, il tesoro, e perciò abbonda l’inno di ringraziamento, per la gloria di Dio.
L’uomo di Dio, il consacrato, sa che chi semina nelle lacrime mieterà nella gioia; ma sa anche che … uno semina e l’altro miete. Io vi ho mandati a mietere ciò per cui non avete faticato; altri hanno faticato e voi siete subentrati nella loro fatica” (cfr Gv 4,37-38).
Ci sembrava di sognare; e ci sembra di sognare tutte le volte che ci rendiamo conto della sproporzione tra il vaso e il tesoro; tesoro affidato alle nostre fragili mani, per cui dobbiamo vendere tutto per acquistarlo, se non vogliamo perdere anche il cuore.
La domanda della madre dei figli di Zebedeo che chiede un posto per loro, secondo la versione matteana, forse ha compreso la ricchezza del dono, ma non i tempi e le modalità.
Gesù risponde chiedendo: Potete bere il calice che io sto per bere? Eco di un’altra domanda, l’unica e la più essenziale, rivolta a Pietro sulla riva del lago: Mi ami tu? (Gv 21,15).
Gesù non risponde alla richiesta della madre, ma interroga i figli per ricordarci che nessuna interferenza è permessa nel mistero della vocazione; la domanda è sempre diretta e personale, anche se passa attraverso tante mediazioni.
A nessuno è consentito rispondere al posto del chiamato, fosse anche la madre.
Ne va del futuro e della tenuta nel tempo della risposta vocazionale.
Se debole è la motivazione iniziale, debole sarà la risposta, specialmente quando Gesù ci porta con Lui, come fece con San Giacomo, sul Tabor e nel Getsemani.
E San Giacomo sarà il primo a bere al calice della passione, e certamente si siederà nel Regno, non però secondo la richiesta materna ma solo dove e quando vuole il Padre.
Potete bere? Lo possiamo.
La risposta iniziale, frutto di entusiasmo giovanile, non contiene ancora le ombre, le fatiche, le ferite e le notti della Croce e della Passione.
Si, lo voglio. Lo possiamo.
È l’ombra della Croce e la luce della Risurrezione che ci fanno passare dal cammino iniziale che si sofferma sulla capacità del vaso alla ricchezza del contenuto, vagliato alla luce dei giorni.
Gli altri dieci si sdegnarono…
Non solo i figli di Zebedeo, ma anche gli altri dieci sono Boanerghes, figli del tuono, ancora per via, sia nell’entusiasmo che nella gelosia.
Ci accorgiamo che siamo tutti in cammino, come vasi tra tanti vasi e non sempre attenti al tesoro, e dobbiamo raggiungere il campo delle stelle – Compostela – e chiediamo con le parole di San Giovanni Paolo II, Pellegrino nel 1989: “San Giacomo, abbiamo bisogno per il nostro pellegrinaggio del tuo ardore e del tuo coraggio”.
E in questo cammino, che è la nostra vita e la vita della Chiesa, come è bello se chi ci sta vicino nel pellegrinaggio ci suggerisce ultreya, oltre, avanti; e noi per accompagnare l’altro rispondiamo: et suseya, in alto, sempre più in alto, perché non basta camminare se si smarrisce l’orizzonte dell’Oltre.
Carissimo don Pietro, la Parola è sempre puntuale nel tracciare il cammino che dobbiamo percorrere.
Oggi il Maestro ti richiede: Puoi bere il calice che io sto per bere?
Egli te lo chiede ogni giorno quando ti avvicini all’altare, quando entri nel tuo ufficio, quando ti fermi accanto agli ammalati, anziani e disorientati dalla vita.
Rispondi sempre con l’entusiasmo di ieri, oggi avvalorato dagli anni e dall’esperienza: Si, lo posso.
E sappi che non sei solo perché tu rispondi sempre con la tua Chiesa, la tua famiglia, gli amici e tutti coloro che incontri nel ministero.
Guardando oggi nel fondo del calice, certamente scorgerai il volto della Materdomini, che ha accompagnato i tuoi passi e sempre ti accompagna per farti stare da presbitero nel cuore della Chiesa, ma sempre e soltanto con la Chiesa nel cuore.
Amen.
25 luglio 2025 – Festa di San Giacomo Apostolo
Santuario Maria SS.ma di Materdomini
Nocera Superiore
+ Giuseppe, Vescovo
