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Il coraggio di una mamma

Francesco ha 22 anni ed è affetto da autismo. È uno dei tanti ragazzi dell’associazione diversamente abili di Poggiomarino. La mamma Rosella Campaniello ci ha raccontato la sua storia di Antonietta Abete «Da bambino gli infilavo una sola manica del…

Francesco ha 22 anni ed è affetto da autismo. È uno dei tanti ragazzi dell’associazione diversamente abili di Poggiomarino. La mamma Rosella Campaniello ci ha raccontato la sua storia

di Antonietta Abete

«Da bambino gli infilavo una sola manica del maglioncino, poi aspettavo che imparasse a cavarsela da solo». Rosella, 53 anni, e suo figlio Francesco, classe 1995, vivono a San Giuseppe Vesuviano e sono soci dell’ADAAP, associazione disabili di Poggiomarino. «Non mi sento più sola – racconta –, ho trovato una famiglia».

È diventata mamma a 29 anni, dopo due anni è arrivato Francesco e, dopo altri due, una bambina. Conduce la vita ordinaria di una mamma con tre figli piccoli, un lavoro da insegnante di lingue in una scuola media che le piace molto, piccoli e grandi sacrifici per tenere insieme i diversi tasselli della vita familiare.

Qualcosa non va

Le tappe motorie di Francesco sono perfette, eppure Rossella intuisce che qualcosa non va. Il bambino ad un anno e mezzo non parla, è questo il primo segnale. In famiglia pensano che non senta, ma lei li rassicura: «Francesco non è sordo». Mette le carte delle caramelle in tasca e le strofina per capire se il bambino sente il rumore. Quando Francesco è in un’altra stanza, inserisce la videocassetta nel registratore e il piccolo immediatamente compare davanti al televisore. Tuttavia, c’è qualcosa che non va. «Anche il mio primo figlio aveva parlato tardi, ma ad un anno e mezzo gli davo già delle consegne – ricorda –. Gli dicevo: “Vai a prendere le ciabatte di papà” e il piccolino ascoltava. Francesco invece no. Inoltre, era ipercinetico, si muoveva in continuazione».

Inizia così la stagione delle indagini

«Mio marito diceva: “Vedrai, adesso inizia a parlare e passa tutto”. Io, invece, avevo intuito che non c’era nulla da fare, ma sentivo che bisognava lottare e fare tutto il possibile per migliorare la situazione». La diagnosi di autismo è arrivata solo al compimento dei 18 anni. «Ma io sono stata caparbia e ho fatto a casa le terapie, prima di una certa età, l’Asl non le passa. C’è una speculazione che fa paura, è una babele e bisogna stare molto attenti. Se non hai piedi per terra ti distruggono, se non hai i soldi è un massacro».

L’equilibrio familiare

«In che modo hai accompagnato Francesco in questi anni?», domando. La voce di Rossella si incrina. «Gli altri due figli hanno sofferto molto, questo è il mio dolore più grande. Non hanno potuto vivere in maniera spensierata e questo mi dispiace molto. Non mi importa dei miei sacrifici, quando hai dei figli metti tutto in conto, è un’altra fase della vita.

Per quanto cerchi di prenderti cura di loro, Francesco ha la priorità. Il mio primo figlio, quattro anni fa, è andato a studiare a Torino e Francesco ha avuto dei disturbi comportamentali importanti. Picchiava me e mia mamma. Ho dovuto portare mia madre in una casa di riposo. Un altro dolore grande. A me ha rotto il naso e un occhio. Ora è tranquillo, sta bene, ma la sorella ha avuto un crollo e le conseguenze sono pesanti».

Francesco ha bisogno di più cure

«Non puoi sbagliare, non puoi dire una cosa al posto di un’altra, non puoi anticipare eventi, altrimenti va in ansia. Se dobbiamo fare una gita, non può saperlo molto tempo prima, altrimenti ci mette il pensiero. Basta un niente perché cambi umore. La prima volta che ha perso un dente ed è uscito del sangue, è stato un dramma. Stavamo per uscire, non sapevamo che fare. Alla fine, siamo usciti lo stesso ed è andato tutto bene. Ma può capitare che esce, perde un bottone e succede la fine del mondo».

Il lavoro educativo

Francesco ha iniziato a parlare a 11 anni, ripetendo tutte le cose che la mamma aveva provato ad insegnargli negli anni. «All’inizio il linguaggio era in presenza: il bicchiere doveva stare davanti a lui, adesso è diventato più articolato e se gli chiedo di andare a prendere una cosa nell’altra stanza, lui capisce benissimo. È comparsa anche l’ironia. La mattina non si vuole svegliare. Allora gli dico: “Francesco è cattivo, invece Albertino è proprio bravo. Tu come ti chiami?”. “Albertino!”, risponde».

Il lavoro fatto con Francesco è enorme e con il tempo ha dato i suoi frutti. «Abbiamo lavorato molto sulle frustrazioni: Francesco, ad esempio, non voleva comprare scarpe nuove. Invece di assecondarlo, gli compravo sempre più scarpe. Adesso sa che ci sono le scarpe per uscire, quelle per il giardino o per andare in campagna. Bisogna sempre rompere gli schemi. La prima volta che non ho parcheggiato sotto casa, è diventato una furia, poi ha ripetuto l’esperienza e non si è più arrabbiato».

Un percorso di autonomia

Tantissime le esperienze che i genitori hanno condiviso con lui per aiutarlo nel suo percorso di autonomia. «Insieme abbiamo preso i mezzi di trasporto, ricordo il primo viaggio in treno da San Giuseppe ad Ottaviano, il primo viaggio in barca quando c’era il metrò del mare, da Castellammare a Sorrento. L’unica cosa che non abbiamo fatto è prendere l’aereo, ho paura che si butti per terra e lo buchi! Abbiamo visitato musei e mostre, mangiato in ristoranti raffinati. Oggi Francesco è ordinato, preciso, prepara la borsa per la piscina che è uno spettacolo. Ha una grande manualità, sa usare giraviti e forbici. È venuto a casa un tecnico con il trapano elettrico, subito lo ha preso e ha messo la vite. Dal macellaio ha tagliato una bistecca».

Certo, con Francesco bisogna stare sempre attenti. «Se fai la lavatrice e perdi un calzino è una tragedia. Conviene nascondere anche l’altro. Adesso che è maturato, accetta di più la frustrazione e posso dire: l’ho buttato, getta pure questo. Riesco a trovare una soluzione, prima invece era molto rigido. La settimana scorsa si è rotto un cardine della finestra, l’ha smontata tutta e stava rompendo anche l’ornia di marmo, perché una cosa o si aggiusta subito o si rompe. Non ci si può distrarre».

La giornata di Francesco

Francesco ha 22 anni e somiglia tanto alla sua mamma. Al mattino frequenta un centro diurno a Palma Campania, mentre Rossella va a scuola. «Mi piace molto il lavoro che faccio. Ci sono giornate in cui la stanchezza è davvero tanta, ma quando vado a scuola “resetto tutto”, mi piace stare con i ragazzi, scherzare con loro. Credo che affrontare l’autismo senza avere interessi propri sia peggio». Alle 15.00 un altro pulmino porta il ragazzo al Castello di Palma. Torna a casa alle 18.00. Due volte a settimana va in piscina e il venerdì sera partecipa agli incontri dell’ADAAP (associazione disabili Poggiomarino). «Nell’ADAAP ho trovato una famiglia, non mi sento sola. Mi hanno aiutato molto, Francesco è l’unico ragazzo autistico, è migliorato molto nel comportamento. La prima volta che è andato in gita con loro è tornato a casa contento, perché si è sentito autonomo. Capisce subito chi è più debole e chi è più forte, chi comanda. Con lui bisogna essere autorevoli, altrimenti ti frega».

Quali amici restano?

Il problema, per questa famiglia come per le altre che si confrontano con la disabilità dei figli, è rappresentato dal sabato e dalla domenica. Chiedo a Rosella se Francesco ha limitato la vita sociale della sua famiglia. Sorride. «Sono gli altri che si allontanano. Perdi gli amici, i parenti. Abbiamo degli amici perché io sono una persona molto socievole, però rimane lo zoccolo duro. Ho perso un’amicizia ventennale. La mia amica ha avuto una bambina in età adulta e aveva paura di Francesco. Ho pianto per un anno. Certo, ho persone su cui fare affidamento, ma pensa se un familiare mi donasse, ad esempio, un’ora al mese».

Madre coraggio

Gli occhi di Rossella raccontano più delle parole. «Hai mai pensato che la tua vita poteva essere diversa?» le dico. «Io ho accettato il problema di Francesco, perché fa parte del gioco della vita. L’ho accettato, metabolizzato, affrontato. In questi anni mi hanno fatto più male la cattiveria degli altri e il ritardo delle istituzioni che fanno mille storie per erogare servizi a cui si ha diritto. Sono queste le mortificazioni che mi hanno ferito di più».

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