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Santa Messa in suffragio dei “Figli in Cielo”

Preghiera di genitori per i Figli in Cielo A Te, che hai un figlio in cielo, non piangere! (Lc 7,13) È notte… ed è una notte profonda, senza luna. C’è silenzio denso e palpabile, che fascia ogni cosa. Notte e…

Preghiera di genitori per i Figli in Cielo

A Te,
che hai un figlio in cielo,
non piangere!
(Lc 7,13)

È notte… ed è una notte profonda, senza luna. C’è silenzio denso e palpabile, che fascia ogni cosa. Notte e silenzio anche nel cuore.
Anche gli ultimi ragazzi, che si solito stazionano per le strade, se ne sono andati. La città è tutta listata a lutto.
Oggi – e sta succedendo spesso nel ministero – sono state celebrate le esequie per un giovane, stroncato sulla strada della vita.
Ho negli occhi e nel cuore immagini strazianti di giovani morti e di famiglie distrutte.
Ho chiesto al Signore di non farmi mai abituare al dolore, ma di farmelo abitare per accompagnare i miei Fratelli e Sorelle, affidatemi nel ministero, verso l’Autore della Vita.
Nel silenzio della notte, rileggo il Vangelo di Luca 7,11-17, che oggi è risuonato nella celebrazione, imbandito sulla mensa della Parola.
Nel dramma, nella tragedia, tutte le parole impallidiscono e muoiono e rimane solo la Sua Parola, da pronunciare ed offrire con pudore e delicatezza.
Egli che “è vicino a chi ha il cuore ferito” (salmo 133), ripete ad una mamma, e a tutte le mamme e papà, che hanno un figlio in cielo:
“Non piangere!” (Lc 7,13).
Gesù “si recò in una città chiamata Nain… Quando fu vicino alla porta della città, ecco che veniva portato nel sepolcro un morto, figlio unico di madre vedova…” (Lc 7,11ss).
È il condensato del dramma, della tragedia, del dolore: figlio unico e madre vedova. Ovunque c’è un morto giovane – deceduto per malattia, incidente o altro – si rinnova la scena della città di Nain.
Questa è la guerra combattuta oggi sul fronte della nostra civiltà: le nostre città, i nostri paesi producono morte.
“Il Signore ne ebbe compassione” (Lc 7,13): Gesù ha compassione, patisce con noi e per noi e le sue lacrime si confondono con le nostre.
Nel silenzio, che tutto copre, si ode solo la Sua Parola: “Non piangere!”.
Dominus flevit:
Egli che ha pianto su Gerusalemme (Lc 19,41); Egli che ha pianto per la morte di Lazzaro (Gv 11,35); Egli che piange nel vedere lo sfacelo delle sue creature; Egli che piange per le conseguenze del peccato; Egli che conosce l’amarezza delle lacrime, Egli solo può ripetere: “Non piangere!”.
Ed è la stessa parola che il mattino di Pasqua, dopo aver sperimentato il buio del sepolcro, mentre le lacrime di Maria si sciolgono tra le gocce di rugiada, Egli, Risorto dai morti, ripete alla Maddalena: “Donna, perché piangi?” (Gv 20,15).
Piango, risponde Maria di Màgdala, perché la morte me lo ha portato via e non so dove è stato posto.
Ogni mamma, nel lutto, piange perché le hanno portato via il figlio e non sa dove cercarlo.
E “accostatosi toccò la bara” (Lc 7,13). Gesù si accosta al dolore, alla morte e tocca la bara… sì, Egli tocca da vicino le piaghe del nostro dolore, mentre “i portatori si fermano” (Lc 7,14). Dinanzi al dolore, alla morte, noi ci dobbiamo fermare con rispetto in una città in cui non c’è più tempo né per la vita, né per la morte, per permettere a Gesù, e solo a Gesù, di accostarsi all’abisso del nostro dolore.
“Salvami, o Dio: l’acqua mi giunge alla gola. Affondo nel fango e non ho sostegno; sono caduto in acque profonde e l’onda mi travolge. Sono sfinito dal gridare, riarse sono le mie fauci, i miei occhi si consumano nell’attesa del mio Dio.” (Salmo 69).
Ai genitori disperati, che pensano: – che ho fatto per meritare questo? – , per i quali la vita si è interrotta, lacerati dentro e senza voglia di ricominciare, che cadono nelle reti di sedicenti medium o sensitivi, di gruppi che propugnano la “scrittura automatica” o la “telescrittura” tra defunti e viventi; a quelli che inciampano nelle trappole dello spiritismo, delle sette o della new-age; a Voi, con gli occhi sempre umidi di pianto, Gesù, tramite la voce della Chiesa, propone sommessamente una parola di fede, un briciolo di speranza per convivere con “sorella morte”, prima che, su altre strade, la delusione sia fortissima.
“Giovinetto, dico a te, alzati!” (Lc 7,14).
È la parola di Gesù, parola di Vita, che restituisce alla vita. Solo Gesù la può pronunciare nella verità.
Nessuno può ridare la vita fisica ai nostri giovani morti.
Quanta saggezza e quanta fede nelle parole del re Davide, pronunciate dinanzi alla morte del figlio: “Io andrò da lui, ma lui non ritornerà da me!” (2 Sam 12,23).
La parola di Gesù è rivolta oggi a chi è prostrato nel dolore: Dico a te, alzati… per guardare il Cielo e continuare la vita con una assenza incolmabile ma che può, se vuoi, diventare una nuova presenza.
E domani, nella città del cielo, non più Nain piena di morte, “Egli tergerà ogni lacrima dai loro occhi, non ci sarà più la morte, né lutto, né lamento, né affanno, perché le cose di prima sono passate” (Ap 21,4).
“Ed Egli lo diede alla madre” (Lc 7,15).
C’è una consegna che Gesù dalla croce fa nel tempo del dolore; “Ecco tuo figlio!” (Gv 19,26).
È il dolore pietrificato, nel marmo, che Michelangelo ha eternizzato nella Pietà; ma è un dolore composto, sereno, che guarda a Colui che dice: “Prendi tuo figlio, il tuo unico figlio che hai e dallo in olocausto…” (Gn 22,2).
Dolore che solo l’Addolorata può comprendere, perciò Gesù ce l’ha donata per accompagnarci nel tempo della nostra passione: “Ecco tua Madre!” (Gv 19,27).
E ci sarà un’altra consegna, che Gesù farà nella città eterna, la Gerusalmemme del cielo, che è nostra madre (cfr Gal 4,26).
In cielo, quando la Madre ritroverà il figlio, il dolore scolpito nel marmo e nei cuori, addolcitosi nel tempo, si scioglierà e le lacrime diventeranno perle.
Nel frattempo, semplicemente ma intensamente, possiamo pregare con le parole dell’Apocalisse: “Vieni”, ed ascoltare la risposta, già carica di promessa: “Sì, verrò presto!” (cfr Ap 22,17-20).

Vorrei consegnare, in questo mese di Novembre, alle mamme e ai papà che piangono per la morte di un figlio, un piccolo lume, la lampada della fede, per attraversare il buio e camminare verso la luce.

Vorrei che incontrassero lungo la strada sempre gli angeli della sofferenza e della pietà per sostenerli, per accompagnarli, per asciugare le lacrime alimentando la lampada con l’olio della carità, con il soffio della speranza ed essere toccati nel cuore da Dio.

Vorrei che sentissero che i loro figli, ora in cielo, conservano ancora per i loro genitori, segnati dalla croce, una carezza ogni mattino e un bacio ogni sera.

Vorrei che imparassero nuovamente a pregare guardando il cielo dove sono i figli, riamando la vita e ripetendo sottovoce: Arrivederci in Paradiso!

† Giuseppe, Vescovo

Nocera Inferiore, 16 Novembre 2013

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