Sosta Ecclesiale 2026. La relazione del Vescovo

La relazione del Vescovo alla Sosta Ecclesiale 2026 che si è tenuta il 18 giugno nella Santuario di Santa Maria di Foce a Sarno   Duc in altum (Lc 5,4)   Chiesa eucaristica, pellegrina sulle strade sconnesse e polverose di…

La relazione del Vescovo alla Sosta Ecclesiale 2026 che si è tenuta il 18 giugno nella Santuario di Santa Maria di Foce a Sarno

 

Duc in altum (Lc 5,4)

 

Chiesa eucaristica,

pellegrina sulle strade sconnesse e polverose di Nocera Inferiore-Sarno,

grazie per il proficuo lavoro svolto nei sette laboratori in preparazione a questa Sosta Ecclesiale sul tema: Non ardeva in noi il nostro cuore? (Lc 24,32), che ha come sfondo il carisma francescano.

Seguendo da lontano, per far crescere nella fiducia, ho apprezzato il metodo, la passione e la parresia con cui sono stati condotti gli incontri.

È il metodo sinodale che, con fatica, recupera gli Organismi di partecipazione: Consiglio Presbiterale; Consigli Pastorali e Consigli per gli Affari Economici, con l’attenzione affinché alcuni “dinamismi mondani” non si insinuino nelle stesse comunità cristiane, magari proprio in nome di una visione distorta di sinodalità. Nuovo slancio attendono le Foranie per essere meglio sentinelle ecclesiali sul territorio, e vere cerniere tra Parrocchie, Associazioni e Chiesa diocesana.

Radicati e costruiti in Cristo… lievito di pace e di speranza: non sono solo il titolo dei Documenti consegnati alle nostre Chiese, ma è la nostra Chiesa sempre in cammino sinodale che si interroga sul rapporto tra collegialità e sinodalità, e lungi da un’errata idea di democrazia, come annunciare il Vangelo oggi e qui.

Siamo in questo tempo, storia e geografia, solo e soltanto per il Vangelo, unica grammatica per cercare di scrivere qualcosa con la nostra vita, ben consapevoli dell’analfabetismo religioso e della fatica a leggere oggi le nostre realtà in continuo cambiamento.

Siamo qui, come Chiesa e nella Chiesa, senza la quale rischiamo di rimanere fogli sciolti e solo scarabocchiati, ma ci incoraggia il fatto di rimanere umilmente nel cono di luce dello Spirito Santo.

Non è superfluo rammentare a noi stessi che “La Chiesa esiste per evangelizzare, vale a dire predicare ed insegnare, essere il canale del dono della grazia, riconciliare i peccatori con Dio, perpetuare il sacrificio del Cristo nella Santa Messa che è il memoriale della sua morte e della sua gloriosa risurrezione (EN, 14).

Ed è sempre più urgente riannodare i sacramenti all’evangelizzazione, non pensandoli come due momenti separati: “Perché l’evangelizzazione nella sua totalità, oltre che nella predicazione di un messaggio, consiste nell’impiantare la Chiesa, la quale non esiste senza questo respiro, che è la vita sacramentale culminante nell’Eucarestia” (EN,28).

Solo se rammentiamo, possiamo rammendare con ago e filo il tessuto sfilacciato della nostra vita e delle nostre comunità.

Siamo qui come Chiesa del Signore, non con lo sguardo dei controllori e doganieri, ma come coloro che facilitano l’ingresso nella sala della festa, perché siamo coscienti che anche il nostro abito non sempre è adeguato, elegante e all’altezza della situazione (cfr Mt 22,1-14).

Siamo anche consapevoli – e se non lo siamo vuol dire che viviamo fuori del tempo – dello scollamento tra vita e Vangelo, tra culture e Vangelo; sì, siamo sconnessi nel profondo del cuore, e dobbiamo ricucire l’essere credente con l’essere cittadino, per evitare che altri Comuni della Diocesi vengano sciolti.

Questo fenomeno mi preoccupa come Pastore, e mi fa riflettere sulla scarsa incidenza che tutta la nostra pastorale ha sulla vita concreta delle persone.

Si cammina sempre su due binari, tangenziali che non confluiscono alla meta.

Dobbiamo lavorare sodo ed insieme, riformando le coscienze per tornare ad essere con un sussulto di moralità come ci ricorda l’Apostolo cittadini degni del Vangelo (cfr Fil 1,27).

Scrive Leone XIV in Disegnare nuove mappe di speranza: “Si formano cittadini capaci di servire e credenti capaci di testimoniare, uomini e donne più liberi, non più soli. E la formazione non si improvvisa” (5.1).

Speriamo che non sia già tardi, perché non possiamo deludere i piccoli e i poveri; e non possono essere utilizzate le nostre feste religiose come “distrazioni”, coperte da botti continui, irritanti e Santi danzanti, affinché nella confusione generale nessuno si accorga della guerra, del male e della fatica di vivere in un territorio.

E ci ostiniamo a ripetere: Abbiamo fatto festa!, mentre anche le Associazioni, i Gruppi e i Movimenti perdono smalto, e continuano un lavoro ad intra che non tocca più il cuore della gente.

Eccoci qui, sempre pellegrini sulla strada di Emmaus: tristi e scoraggiati, stanchi e delusi, con i nostri sogni infranti e i progetti svuotati, la sera di Pasqua e ogni sera ci lasciamo incontrare da questo Viandante sconosciuto, il Risorto, come lo è ancora oggi per tanti di noi, anche nelle comunità cristiane.

Chi è Gesù per tanti?

Soltanto un Passante sconosciuto.

I due sono ascoltati e lo ascoltano; sono inquietati ed inquietano; sono richiamati e richiamano; con pochissimi punti fermi, con tanti punti interrogativi, e quasi nessun punto esclamativo; e con il desiderio di puntini sospensivi per continuare il discorso.

Ed è in questo dialogo, nelle ombre della sera, che lungo la strada il Risorto ricuce la tela della speranza, prima messa tra parentesi.

Non seduti né sedati, non comodi, non già arrivati, non stanchi di non camminare, ma lungo il cammino gioiosi camminanti per dirci che la nostra formazione alla vita cristiana è sempre permanente, sempre un nuovo inizio; ha le sue tappe, albe e tramonti, ma sempre deve approdare ad una mensa eucaristica, ad un Suo riconoscimento nel gesto dello spezzare il pane.

Solo nell’incontro vero con Lui, pane spezzato, si riesce a rileggere il proprio cammino, che nella fede non può essere mai il conseguimento di un grado accademico, un diploma, perché Gesù non rilascia diplomi, e la Chiesa non è un diplomificio, o un semplice attestato di benemerenza.

La Chiesa evangelizza servendo la persona ed ogni credente deve trovare in questa cifra la sua giusta collocazione.

Non ardeva forse in noi il nostro cuore?

Quando siamo sfiduciati, stanchi, quando ce l’abbiamo con tutti e tutto, perché non abbiamo il coraggio di prendercela con noi stessi, quando tiriamo i remi in barca e rassettiamo le reti, quando la missione è diventata un breve giro turistico intorno al lago della nostra vita, quando l’io ha in modo suadente sostituito Dio e scende la sera, il Maestro ci ripete: Duc in altumPrendi il largo (Lc 5,4), e ricomincia ad ogni età la vera missione come fu per Abramo (cfr Gn 12,1-9).

Per prendere il largo, dobbiamo recuperare una parola che ripetiamo nel dialogo della santa messa: In alto i nostri cuori.

E forse nella risposta ci occorre un punto interrogativo: Sono rivolti al Signore?

Se come Chiesa non vogliamo morire per asfissia, è tempo di uscire dai piccoli cabotaggi, dal lavoro negli orticelli chiusi, dalle brevi gite fuori porta, dai progetti senza respiro ecclesiale, che se non sono profumati di noi, sono solo sudati di io.

Occorre un cuore missionario, ecumenico, ecclesiale, aperti alle dimensioni del mondo, ma senza sottovalutare o dimenticare il cortile del mio paese.

Chiediamo un cuore in alto, cuore di Pentecoste, con tante lingue, tanti colori, ma una sola Chiesa con il linguaggio della carità, radicati nel Battesimo.

Un cuore missionario non è condizionato da confini, steccati, dogane, reti, muri e certificati, ma sa andare oltre con coraggio e signorilità valorizzando ogni persona e dialogando con ogni cultura, attenti a non perdere la propria identità.

Guardiamo con attenzione oggi le nostre comunità, come gli Apostoli il mattino di Pentecoste, e ci accorgeremo che non c’è più solo il bianco anemico, ma colori, culture, lingue e modi di vivere la fede in modo nuovo, originale e diverso.

È la Chiesa della Pentecoste, e non si può rimanere ancora chiusi per paura nel Cenacolo.

Un grazie a tutti coloro che, venendo da lontano, arricchiscono e spronano la nostra Chiesa con la loro fede fresca e inculturata.

Il Vangelo che “ogni generazione lo ascolta come novità che rigenera” (Leone XIV), ci è stato consegnato gratuitamente: è il Vangelo eterno, il Vangelo di sempre, il Vangelo che è Gesù Cristo, e non ci è consentito cambiare neppure una virgola; ma forse ignoriamo che cambiano i panorami, gli scenari, i destinatari, le storie, le geografie; e forse continuiamo a ripetere, in riferimento al vino, il vecchio è gradevole (Lc 5,39), perché ci scomoda il nuovo.

Siamo chiamati ad impegnarci per recuperare la Magnifica humanitas, con la domanda: Quo vadis, humanitas? – Dove vai, umanità? Dove vai in questo tempo ferito e assetato, confuso e alienato, ma sempre amato da Dio?

Apertura di cuore, di mente, di prospettive, di orientamenti per non relegare la freschezza del Vangelo tra le muffe di qualche soffitta, o le chiusure della nostra impreparazione, o l’incapacità a tradurre la bellezza del Vangelo nelle lingue variegate del nostro popolo.

Forse, e ci dobbiamo interrogare, impegnati a coltivare ed abbellire l’interno delle nostre realtà, abbiamo smarrito lo sguardo missionario verso le messi che già biondeggiano per la mietitura e la consapevolezza che il Vangelo fa nuove tutte le cose (cfr Gv 4,35-38; Ap 21,5).

In alto i nostri cuori: sia il ritmo delle nostre comunità che, senza Vangelo, sono stanche e sfinite.

In alto i nostri cuori: per rimettere insieme pastorale liturgica, della evangelizzazione e della carità, recuperando il Tripode cristologico ed ecclesiale: profeta, sacerdote, re.

In alto i nostri cuori: rimettendo al centro la magnifica umanità, l’uomo – ogni uomo – tutto l’uomo, cioè la persona: spirituale, intellettuale, affettiva, sociale e corporea, siamo chiamati a rivedere i percorsi della nostra pastorale, gli stili e gli orari, evitando frammentazioni, ripetizioni, lungaggini e vacui nominalismi che, invece di accogliere, allontanano sempre più.

Custodire il deposito (cfr 1Tm 6,20) è il nostro compito; ma il deposito non è un magazzino di cose vecchie, ma la vivente, vitale e sempre nuova tradizione ecclesiale che dobbiamo trasmettere fedelmente e creativamente alle nuove generazioni.

Fedelmente è l’inesauribile dono di Dio; creativamente è la libertà e la responsabilità di ogni membro del popolo di Dio.

Mi sia permesso un ricordo di Carlo Collodi, nel 200° della nascita: “C’era una volta… Un re! – diranno subito i miei piccoli lettori. No, ragazzi, avete sbagliato. C’era una volta un pezzo di legno. Non era un legno di lusso, ma un semplice pezzo di catasta, di quelli che di inverno si mettono nelle stufe e nei caminetti per accendere il fuoco e riscaldare le stanze” (Carlo Collodi, Avventure di Pinocchio, 1826-1890).

Siamo noi, popolo dalla dura cervice, chiamati a diventare persone, uomini e donne di questo tempo drammatico e magnifico, perché sempre bagnato dalla pioggia della misericordia di Dio e raggiunto quotidianamente dal canto del Magnificat di Maria, stupenda architettura di una storia nuova, lievitata dal Vangelo.

Mentre mi impegno a pregare per ognuno di noi, per la nostra Chiesa, Vi chiedo come avviene ogni giovedì santo nella messa del crisma: “E pregate anche per me, perché sia fedele al servizio apostolico, affidato alla mia umile persona, e tra voi diventi ogni giorno di più immagine viva e autentica del Cristo sacerdote, buon pastore, maestro e servo di tutti”.

+ Giuseppe Giudice, Vescovo

 

I risultati delle restituzioni dei tavoli sinodali