Sarno, 18 Novembre 2011

Liturgia della Parola
Lam 3, 17-26
Salmo 129
1 Gv 3, 14-14
Gv 11, 32-45

 

Sorelle e Fratelli,
carissimi genitori che avete “un figlio in cielo”, dove c’è il Vescovo c’è la Chiesa e stasera in questa Concattedrale di Sarno, tutta la Chiesa diocesana sosta in preghiera celebrando la S. Messa in suffragio dei figli di Dio, vostri figli, che ci hanno preceduto con il segno della fede e dormono il sonno della pace.

Sono i vostri ragazzi che dormono, ricomposti nel sonno della sera con il vostro ultimo bacio e con una vostra carezza. Dal momento in cui, in un attimo, sono andati via aprendo un baratro di disperazione, la vostra vita si è interrotta, fermata, bloccata.
E voi li cercate, li attendete nelle sere della vostra solitudine. Della nostra solitudine.

Se “la mia anima si accascia dentro di me”, la Parola ci ricorda che “ le grazie del Signore non sono finite, non sono esaurite le sue misericordie”.

Si, carissimi genitori, “è bene aspettare in silenzio la salvezza del Signore”.
Ed è in silenzio, in punta di piedi, che si entra nella stanza del figlio, nella stanza del dolore, presi per mano ed accompagnati dalla Vergine Santa, la Madre addolorata, Maestra di speranza ai piedi di ogni croce.

Entriamo nella stanza, cioè nel cuore di ogni figlio e “dal profondo a te grido, o Signore, Signore, ascolta la mia voce”.
La fede non ci proibisce di piangere, ma non permette di disperarci.
Entriamo perciò insieme, per condividere le lacrime e il dolore, per portarlo insieme, senza allontanarci dall’altro, ma aiutandoci perché “spera l’anima mia, più che le sentinelle l’aurora”.

Nessuno può restituirci fisicamente i figli, solo Dio può riconsegnarceli nel giorno della Risurrezione ma, nel frattempo, anche noi siamo invitati a risorgere, a rialzarci dal nostro dolore “perché il Signore è la misericordia”.

Entriamo nella stanza della sofferenza, in punta di piedi, sapendo che “siamo passati dalla morte alla vita, perché amiamo i fratelli”.

Abbiamo questa certezza: Chi non ama rimane nella morte.
E noi che siamo amati e ri-amati, li amiamo perché essi vivono in Dio.
Vivono nel nostro cuore, vivono nella memoria, sono viventi in Lui, il Vivente.
Questo è il dono della fede! Questo è il mio dono, stasera, che voglio condividere con voi. La fede, e solo la fede, che diventa gesto di tenerezza.

Dinanzi al nostro dolore, dinanzi al dubbio “se tu fossi stato qui…”, Gesù piange e le sue lacrime si confondono con le nostre.

Perché piange Gesù?
Piange, cuore gentile, perché ama. Gesù ama Lazzaro ed ama ogni figlio, perciò piange.
Il pianto di Gesù come il nostro pianto sgorga dall’amore. Chi ama, piange.

Piange Gesù, perché vede lo sfacelo prodotto dal male nelle sue creature. Egli sa che “un nemico ha fatto ciò” (Mt 13, 28)
Piange Gesù, perché sa che la morte è entrata nel mondo attraverso la fessura del peccato ed ogni uomo ne fa esperienza.

Piange Gesù, perché si avvicina la sua Passione e sulla croce “egli offrì preghiere e suppliche, con forti grida e lacrim