Solennità di Sant'Alfonso Maria de Liguori 2013

Eccellenza Rev.ma, carissimo Padre Antonio Napoletano, grazie per questa presenza, qui nella sua casa. Rev.mo Padre Provinciale, Superiore, Parroco e tutta la Comunità dei Redentoristi, grazie per questa accoglienza.

Saluto i miei sacerdoti, i diaconi, i seminaristi e le suore, tutto il popolo di Dio.

Io non lo so, sorelle e fratelli, me lo sono chiesto tante volte dinanzi al Signore nel silenzio, se noi abbiamo coscienza di questo dono che è qui a Pagani. Noi siamo qui accanto al corpo di un grande Dottore della Chiesa, di una stella del firmamento della Chiesa e lui ora sta cantando dinanzi al Signore come ci ha ricordato il salmista: In aeternum Domini misericordias cantabo (canterò in eterno le misericordie del Signore).

Dinanzi a Dio c’è un oggi, un oggi eterno, ed egli, Alfonso Maria de Liguori, canta dinanzi al Signore le meraviglie del Signore, canta tutti i doni che ha ricevuto, ma noi siamo pellegrini, siamo ancora qui, noi abbiamo bisogno non solo di cantare la misericordia ma di ricevere la misericordia di Dio. Ed io qualche volta mi chiedo: Pagani, che si è lasciata abbindolare da mille altre cose, è cosciente di custodire il corpo di Alfonso Maria de Liguori? La nostra Diocesi, carissimi sacerdoti, è cosciente di avere questo dono?

Qualche volta, ve lo dico come faccio sempre con libertà dinanzi al Signore, ho l’impressione che lo abbiamo dimenticato, perché altre manifestazioni e altre realtà, che niente hanno da dire alla nostra cultura, hanno come soppiantato, mettendola da parte, la devozione ad Alfonso Maria de Liguori, grande santo. Ed io sono qui anche per incoraggiarvi, perché noi dobbiamo ritornare a questa stella del firmamento della Chiesa, abbiamo bisogno di questo Dottore, abbiamo bisogno della sua testimonianza. I Santi sono querce di giustizia, uomini vestiti a festa non più con l’abito da lutto ed è stupenda la vicenda di Alfonso, è una pagina singolare della storia della Chiesa, che noi dobbiamo rileggere, lo direi soprattutto ai giovani, rileggere con grande attenzione, con dimensione spirituale, perché oggi la nostra crisi, sorelle e fratelli, non è solo economica, non è solo antropologica, è innanzitutto spirituale. Noi abbiamo dimenticato di costruire sulla roccia e continuiamo a costruire sulla sabbia: i santi hanno costruito sulla roccia.

La storia di Alfonso, lo chiamerò così nel primo momento, è la storia di un giovane come tanti, di un giovane che si mette a studiare, che diventa una stella nel foro di Napoli, un giovane come tanti altri giovani, ma che proviene da una famiglia nobile, da una famiglia ricca, si porta dentro l’onestà, si porta dentro il sapore e la nostalgia delle cose belle e, diventato giovanissimo avvocato, comincia ad intraprendere una carriera stupenda. Ma poi arriva il tunnel, arriva il buio, arriva la difficoltà. Già Dante aveva scritto nella Divina Commedia: le Leggi son, ma chi pon mano ad esse? (Purgatorio, canto XVI, vv. 97-105).

Arriva per Alfonso l’ora della notte, l’ora del dubbio, come in tante vite. Alfonso si era affidato alle leggi e aveva molta fiducia nella Legge. La Legge è importante, ci sono sempre due correnti culturali: chi dice che dobbiamo vivere senza legge e andiamo  verso l’anarchia e qualche volta Pagani ci dà lezione di tutto questo; altri dicono che la Legge è tutto. Ed ecco, sorelle e fratelli, la Legge è importante, ma ha la funzione di pedagogo, ci accompagna. Dinanzi ad una crisi etica, Alfonso doveva decidere, ed era cosciente dell’innocenza della persona, ma le cose vanno diversamente, ed ecco il suo grido: Mondo ti ho conosciuto, tribunale non mi vedrai più!. Alfonso va in crisi, Alfonso entra nel tunnel, Alfonso entra nella notte, Alfonso entra nella difficoltà. Ma Dio non ci lascia nel tunnel, Dio ci rincorre, ci aspetta, anzi entra nella notte per far partorire l’aurora ed è in quella notte che Alfonso decide per un’altra legge. Egli ha compreso che la legge è importante, ma la legge da sola non basta: non bastano le regole, non bastano i comandamenti, ci vuole qualche cosa di più, anzi ci vuole Uno. Ed è qui che Alfonso si apre al mistero del Cristo Redentore, ci vuole, lo abbiamo capito, Gesù di Nazaret. Ci vuole la sua copiosa redenzione, il suo sangue per dare alle leggi la legge dell’Amore. E Alfonso, lasciato il tribunale, lasciate le leggi umane, si immette liberamente ma con grande passione apostolica nel mistero del Cristo Redentore e predica il Vangelo, e lo fa in una forma nuova, con linguaggi nuovi, usando l’arte, usando la poesia, tutti i mezzi. Però egli sa che i mezzi sono tali; oggi noi stiamo facendo un errore grave, abbiamo dimenticato la finalità dell’evangelizzazione e ci stiamo affidando solo ai mezzi, solo ai linguaggi dimenticando di annunciare Cristo, questa è una povertà dell’evangelizzazione dei nostri tempi.

Ma c’è un aspetto nella vita di Alfonso, lo chiameremo adesso Sant’Alfonso, perché egli è passato da giovane, giovane impegnato, giovane onesto a giovane consacrato, perché si è accorto che qualsiasi perla non era la vera perla. Egli accoglie il Redentore, accoglie la libertà di Cristo, accoglie la verità di Cristo e la verità lo rende libero. Ma c’è un aspetto bellissimo nella vita di Alfonso e, se io sbaglio, i padri mi correggeranno dopo, l’attenzione alla volontà di Dio, l’obbedienza alla volontà di Dio, mi vorrei fermare su questa obbedienza. Questa è la volontà di Dio, aveva letto Alfonso nella Scrittura, la vostra santificazione e canta questa obbedienza di Dio quando canta nelle sue canzoncine spirituali il Natale, altro non vuole dire Alfonso: Ecco io vengo per fare la tua volontà!, annuncia e canta il Verbo umanato, il Verbo che si fa uomo nell’obbedienza. Quando canta il mistero della Passione – Sono stati i miei peccati… – altro non vuole dire che l’obbedienza di Gesù: Ho il potere di dare la vita e il potere di riprenderla, ma ecco io vengo per fare la tua volontà. Quando canta il mistero di Maria, la bellezza di Maria, io ho letto che si fermava nello studio e nel lavoro solo per salutare Maria, questa sua devozione da dove nasce, se non dalla parola della Vergine: Ecco, sono la schiava del Signore, avvenga di me quello che hai detto?

Alfonso ha vissuto l’obbedienza anche quando ha dovuto accettare la sarcina episcopale e quando ha vissuto la sofferenza.

Sorelle e fratelli, non ci affidiamo al fascino di piccole turbe, che oggi dicono osanna e tra qualche giorno ci diranno crocifiggilo. Non ci affidiamo al fascino di questi piccoli gruppi che gridano, che ci battono le mani perché vorrebbero farci allontanare dalla disciplina della Chiesa, lo dico in modo particolare ai miei sacerdoti, non ci affidiamo a questi gruppetti da stadio che alzano le mani e gridano, ma niente hanno capito del mistero della Chiesa. Ritorniamo a quel gesto stupendo quando abbiamo messo le mani nelle mani del Vescovo e, rispondendo al Signore che mi aveva detto e che vi ha detto Se vuoi, abbiamo celebrato la nostra libertà. Poi qualche volta, pian piano, abbiamo ritirato le mani dalle mani del Vescovo e abbiamo celebrato la nostra condanna mettendo le nostre mani in altre mani: la Chiesa soffre per tutto questo. Riprendiamo la grande disciplina della Chiesa, riprendiamo l’obbedienza. Lo ha cantato Alfonso, ma non lo ha cantato soltanto nella notte di Natale, non soltanto ai piedi della Croce, non soltanto dinanzi all’immagine della Madonna, dinanzi all’Eucaristia, ma nel sacrificio della sua vita. Ha scritto San Paolo a Timoteo: Anche tu devi soffrire per causa del Vangelo; il Vescovo, soprattutto, deve soffrire per il Vangelo, obbediente al Papa, obbediente al Signore, e i sacerdoti, obbedienti ai Vescovi, non ad un Vescovo ipotetico, ma a questo Vescovo che ci ha mandato il Signore. Noi celebriamo qui la nostra obbedienza, altrimenti io sarei molto scoraggiato, anzi direi: io ho sacrificato su altri altari il mio sacerdozio. Ecco, sorelle e fratelli, riprendiamo fortemente questa spiritualità dell’obbedienza, che non è oggi obbedienza da cadavere, non è oggi chinare la testa, ma è celebrare la propria libertà, perché quando uno presta servizio militare non si deve perdere in altre faccende se vuole piacere a colui che lo ha arruolato. Anche nelle gare atletiche, come dice Paolo, che non succeda che proprio io venga squalificato. Come quando uno fa il contadino, i primi frutti, i frutti dell’obbedienza li devo raccogliere io.

Ecco, sorelle e fratelli, qualcuno potrebbe volare basso, qualcuno potrebbe dire che sono cose che si dicono, che il Vescovo le deve dire, ma io leggo la vita di Alfonso: è una vita inchiodata all’Amore di Dio. Noi abbiamo perso la passione per l’annuncio del Vangelo, noi qualche volta pensiamo che senza di me il Vangelo non va avanti; pensiamo invece che forse qualche volta a causa mia il Vangelo non va avanti. Battiamoci il petto davanti al Signore, non presumiamo di avere i nostri progetti, di avere le nostre idee, le nostre cose; noi non abbiamo niente, semplicemente abbiamo il Vangelo. Perciò, mi sembra che il Vangelo di oggi ci scaraventa sulle strade, ci spinge sulle strade. Non è forse, sorelle e fratelli, che ci siamo chiusi, ci siamo fermati, ci siamo bloccati e guardiamo quel puntino che diventa una parete e abbiamo dimenticato il mistero dell’amore di Dio. Se ci sedessimo un attimo accanto ad un sofferente, il nostro modo di pensare sarebbe diverso. Se per un attimo andassimo in missione dove la messa c’è, quando c’è, potremmo riscoprire tante nostre cose. Se per un attimo questa mattina ci inginocchiassimo davanti ad Alfonso, che attende il suono dell’ultima tromba della Resurrezione, allora diventeremmo una Chiesa gioiosa, una Chiesa che annuncia con i linguaggi nuovi, come in modo stupendo dice la Colletta di questa messa pontificale: O Dio, che proponi alla tua Chiesa modelli sempre nuovi di vita cristiana.

Alfonso è un modello nuovo, perché ha parlato ai poveri, ha parlato ai semplici, ha parlato con la grammatica di Dio, con la sintassi del Vangelo, ma ha parlato con la sua vita fino a non essere accolto, fino a non sentirsi accolto, ma qui ora canta in eterno: In aeternum Domini misericordias cantabo”. Amen, Alleluia.