Orientamenti Pastorali 2014-2015

Di te si dicono cose stupende (Sal 87,3)

Orientamenti 2014-2015

Testo di riferimento (Gv 3,1-21)

Vi era tra i farisei un uomo di nome Nicodèmo, uno dei capi dei Giudei. Costui andò da Gesù, di notte, e gli disse: “Rabbì, sappiamo che sei venuto da Dio come maestro; nessuno infatti può compiere questi segni che tu compi, se Dio non è con lui”. Gli rispose Gesù: “In verità, in verità io ti dico, se uno non nasce dall’alto, non può vedere il regno di Dio”.

Gli disse Nicodèmo: “Come può nascere un uomo quando è vecchio? Può forse entrare una seconda volta nel grembo di sua madre e rinascere?”. Rispose Gesù: “In verità, in verità io ti dico, se uno non nasce da acqua e Spirito, non può entrare nel regno di Dio. Quello che è nato dalla carne è carne, e quello che è nato dallo Spirito è spirito. Non meravigliarti se ti ho detto: dovete nascere dall’alto. Il vento soffia dove vuole e ne senti la voce, ma non sai da dove viene né dove va: così è chiunque è nato dallo Spirito”.

Gli replicò Nicodèmo: “Come può accadere questo?”. Gli rispose Gesù: “Tu sei maestro d’Israele e non conosci queste cose? In verità, in verità io ti dico: noi parliamo di ciò che sappiamo e testimoniamo ciò che abbiamo veduto; ma voi non accogliete la nostra testimonianza. Se vi ho parlato di cose della terra e non credete, come crederete se vi parlerò di cose del cielo? Nessuno è mai salito al cielo, se non colui che è disceso dal cielo, il Figlio dell’uomo. E come Mosè innalzò il serpente nel deserto, così bisogna che sia innalzato il Figlio dell’uomo, perché chiunque crede in lui abbia la vita eterna.

Dio infatti ha tanto amato il mondo da dare il Figlio unigenito, perché chiunque crede in lui non vada perduto, ma abbia la vita eterna. Dio, infatti, non ha mandato il Figlio nel mondo per condannare il mondo, ma perché il mondo sia salvato per mezzo di lui. Chi crede in lui non è condannato; ma chi non crede è già stato condannato, perché non ha creduto nel nome dell’unigenito Figlio di Dio.

E il giudizio è questo: la luce è venuta nel mondo, ma gli uomini hanno amato più le tenebre che la luce, perché le loro opere erano malvagie. Chiunque infatti fa il male, odia la luce, e non viene alla luce perché le sue opere non vengano riprovate. Invece chi fa la verità viene verso la luce, perché appaia chiaramente che le sue opere sono state fatte in Dio”.


 

“Siete voi che raccoglierete la fiaccola
dalle mani dei vostri padri”
(dal Messaggio del Concilio ai giovani)

Sorelle e Fratelli,

Chiesa pellegrina in Nocera-Sarno, è mia gioia, dopo l’ascolto e il discernimento, consegnare ad ognuno di voi gli Orientamenti Pastorali per l’anno 2014-2015 sul tema: Una Chiesa giovane, capace di rinascere dall’alto (cf. Gv 3,3).

Come Pastore, attento alla vita spirituale di ognuno, li consegno a tutti come alimento, sostanziato di Parola, per il cammino spirituale e pastorale; ma chiedo, innanzitutto agli Uffici Pastorali e alle Parrocchie, di tradurli in utili Percorsi Pastorali, capaci di incidere nel vissuto della nostra gente, in modo che l’ansia missionaria del Vescovo e il senso della Diocesi possano irrorare tutte le fibre della nostra Chiesa.

Ci collochiamo nell’alveo dell’Anno Liturgico e della Pastorale ordinaria che devono essere sempre e nuovamente i sentieri nei quali la Chiesa, e non noi e le nostre idee, ci invita a camminare per procedere speditamente sulla via della santità.

Quest’anno, che ci apprestiamo a vivere insieme, 2014-2015, vuole essere per la nostra Chiesa un ANNO SPECIALE, straordinario nell’ordinario e, per fare memoria e memoria grata e riconoscente del 50° anniversario della conclusione del Concilio Vaticano II, celebreremo, come già annunciato, il Concilio Giovane, che avrà inizio il 19 novembre 2014 nella Cattedrale di San Prisco in Nocera Inferiore e si concluderà il 7 dicembre 2015 nella Basilica Pontificia di Sant’Alfonso Maria de Liguori in Pagani.

E proprio Sant’Alfonso Maria, Dottore della Chiesa, sarà il testimone che ci accompagnerà nei tornanti dell’Anno liturgico.

La finalità è costruire una Chiesa giovane, non dal punto di vista anagrafico, altrimenti molti di noi ne rimarrebbero fuori, ma giovane perché animata sempre dallo Spirito del Risorto (cf. LG 4).

Giovane, perché capace di rinascere dall’alto (cf. Gv 3,3) e, per questo motivo, abbiamo scelto l’icona biblica di Nicodemo, che ci accompagnerà verso il quinto Convegno delle Chiese che sono in Italia, a Firenze dal 9 al 13 novembre 2015, sul tema: In Gesù Cristo il nuovo umanesimo.

L’impegno prioritario di una Chiesa è trasmettere il tesoro della fede, con speranza e carità, alle nuove generazioni, memori delle parole del Concilio ai giovani: siete voi che raccoglierete la fiaccola dalle mani dei vostri padri.

Trasmettere la fede è raccogliere la fiaccola dalle mani degli altri, come in una cordata, dalla Chiesa, Madre e Maestra, esperta in umanità, della quale sempre si devono dire cose stupende (cf. Sal 87,3).

Le cose stupende, che noi nella fede dobbiamo vedere e raccontare, le compie Dio, e solo Dio, e le compie oggi nella Chiesa e nella mia povera vita, sempre bisognosa di misericordia.

Solo la fede, e la fede del battesimo e della cresima, la fede della Chiesa che abbiamo ricevuto come un dono, ci fa ritornare alla scuola dello stupore, che ci rende sempre giovani e nuovi.

Dobbiamo, giovani nel cuore, rientrare nella famiglia della Chiesa, ben sapendo che “La Chiesa è una casa di famiglia, una casa paterna, e c’è sempre un po’ di disordine in queste case, le sedie hanno talvolta un piede in meno, le tavole sono macchiate di inchiostro, i barattoli di marmellata si svuotano da soli negli armadi, io conosco queste cose, ne ho l’esperienza…” (Georges Bernanos).

Lo stupore è il dono dello spirito d’infanzia.

Si rinasce dall’alto, non per ritornare bambini, quasi regredendo, ma per diventarlo (cf. Mt 18,1-5): “Lo spirito d’infanzia nella Chiesa è come uno stupore del cuore, uno stupore della lode di fronte alla vita che Dio ci dona; lo stupore di un amore, in presenza del Cristo, che in ogni momento cancella tutto quello che nel nostro passato è troppo pesante per le nostre spalle, restituendoci alla libertà, alla gioia del perdono.

Per questo abbiamo bisogno della comunione nel cuore del Cristo, della sua Chiesa, e di uno sguardo limpido, quello dell’infanzia” (Roger Schutz, priore di Taizé).

Con il Concilio giovane, mentre sono chiamati a danzare insieme giovani e vecchi secondo la prospettiva del profeta, vogliamo riconsegnare il dono del Concilio alle nuove generazioni, come una bussola per essere orientati nel cammino della fede e della vita.

Questo è l‘obiettivo del Concilio giovane, urgente oggi, per continuare a costruire la Chiesa, avendo come pilastri le quattro Costituzioni del Concilio Vaticano II e tutti i suoi Documenti. Ci possono aiutare tre verbi: andare; costruire; soffrire.

Andare verso la Chiesa: “Vieni al convito. Ascolta la Chiesa che canta… mettiti a questo convito e ti unirai a Dio” (Sant’Ambrogio).

Costruire la Chiesa: “quella Chiesa che in questo mondo è sconvolta da ogni genere di tribolazioni ed è come investita da piogge torrenziali, alluvioni, uragani e tuttavia non crolla mai perché è fondata su quella pietra da cui Pietro ricevette il suo nome” (dai Trattati su Giovanni di Sant’Agostino, Vescovo).

Soffrire per la Chiesa: Paolo VI, prossimamente beato, ci ricorda che “bisogna non solo soffrire qualcosa per la Chiesa, ma anche qualcosa da parte della Chiesa stessa” e Benedetto XVI, con lucidità teologica, commenta: “l’amore fa vivere la Chiesa, e poiché esso è eterno, la fa vivere sempre fino alla fine dei tempi”.

RINASCERE,allora, sarà il verbo che coniugheremo in tutti i modi e in tutti i tempi e, come Nicodemo nelle nostre notti ed anche nelle notti del cuore, andremo da Gesù per accogliere il dono rivelativo dell’amore e sentire il vento dello Spirito che soffia dove vuole (cf. Gv 3,8).

  1. Di te si dicono cose stupende, CHIESA CHE CELEBRI

Sacrosanctum Concilium

 

La prima eredità del Concilio, il primo dono da verificare nella sua attenta recezione, è quella di una Chiesa che passa da una folla che va a sentire Messa ad una comunità che celebra.

La Chiesa ritrova, e deve sempre riscoprirla nuovamente, la centralità della Pasqua, il posto del Cero pasquale.

Deve la Chiesa recuperare, prima che sia troppo tardi, la centralità della Domenica, Pasqua settimanale, e riprendere a pregare, con linguaggi sempre nuovi, nella sua lingua madre.

È un grande dono, sempre  da comprendere, accogliere e custodire, e mai da banalizzare.

In cinquant’anni, nonostante le esagerazioni e le deviazioni, abbiamo preso coscienza della bellezza di una Chiesa che celebra, canta, in una vivace ministerialità diffusa, la Pasqua del suo Signore.

Il cuore dell’anno liturgico è la Pasqua, festa primordiale; è la Domenica, Pasqua settimanale, primo giorno della settimana e, nel contempo, ottavo giorno, segno escatologico e tempo nuovo (cf. CEI, Incontriamo Gesù. Orientamenti per l’annuncio e la catechesi in Italia, nn. 96-100).

Se è vero, come è vero, che non possiamo vivere senza la Domenica, dobbiamo impegnarci, qui e adesso, a liberare la Domenica da tutte le incrostazioni, le feste, le Giornate, gli avvisi, gli ingombri, perché nuovamente risplenda in tutta la sua peculiarità la festa del Risorto.

Il Concilio, leggiamo la Sacrosanctum Concilium e i Documenti che ne sono seguiti, ci consegna una liturgia bella, semplice, sobria, solenne, capace di dire il mistero e di fare della nostra vita un’offerta gradita.

Ci consegna una liturgia che non si esaurisce nell’azione eucaristica, ma che si diffonde come profumo in tutte le ore del giorno, soprattutto nei sacramenti e nei sacramentali.

Torniamo alla bellezza della Messa –  incontro, convivio e sacrificio –, e diamo spazio anche ad altri momenti e celebrazioni per superare l’esclusivismo della celebrazione eucaristica che, non poche volte, ne esce mortificata e incapace di rivelare il primato di Dio.

Ogni Domenica, fino a quella Domenica senza tramonto, facciamo delle nostre comunità luoghi concreti della festa dove la famiglia – non più Messe per categorie! – possa incontrarsi, ascoltare, celebrare, dare e ricevere, fermarsi, progettare, riposarsi e fare festa. Solo così, recupereremo la Domenica e il mondo, nello splendore del primo mattino, sarà restituito alla sua bellezza primigenia.

Custodire la Domenica è custodire l’uomo e il creato, liberandoli dalla cupidigia e dal profitto.

Custodire la Domenica è evitare di affidare la gente solo ai centri commerciali, nuovi santuari di questo mondo globalizzato che, mentre invitano a consumare ti consumano dentro, disperdendo le famiglie e allontanandole dalla comunione, dalla sana tradizione e dalla condivisione della tavola di casa.

Questo è il cuore della vera pastorale familiare che dobbiamo riscoprire. Pastorale familiare che dalla mensa eucaristica domenicale si porta alla tavola della casa, facendo di ogni famiglia una piccola Chiesa, dove si attualizza e si rende viva la liturgia della grande Chiesa.

Celebriamo la Messa nella nostra lingua, la lingua dei giorni feriali e dei giorni della festa, non solo per capire di più e meglio, ma anche e soprattutto per riprendere l’alfabeto dell’umano e tutto convertire in alfabeto della gratitudine.

Una Messa dove non assisto, ma celebro; dove non ascolto un coro, ma canto; dove non sento, ma ascolto e dove anche il mio silenzio è prezioso e l’offerta, non solo i pochi spiccioli che cadono nel cestino, è il dono di tutta la mia vita per una sintassi capace di nuove relazioni per comporre il discorso ecclesiale.

“Purtroppo – ha scritto il cardinale Giovanni Colombo – il brutto è entrato anche in Chiesa e la sta invadendo: brutte le costruzioni, brutte le liturgie, brutte le omelie, brutti i canti e le musiche. E il brutto è immorale, è un’offesa. Dio è bellezza: e solo quando renderemo onore al primato della bellezza potremo riprendere a sperare”.

Così, e solo così, con l’apporto di tutti, con il carisma di ognuno messo a disposizione della comunità, con una presidenza sobria, diligente e mai invasiva, la liturgia bella del Concilio diventa culmen et fons, offerta di tutta la vita: questo è il nostro culto spirituale (cf. Rm 12,1).

  1. Di te si dicono cose stupende, CHIESA CHE ASCOLTI

Dei Verbum

 

La Chiesa del Concilio ha riaperto lo scrigno della Parola e noi siamo ritornati, alunni attenti e desiderosi di apprendere, alla scuola dell’unico Maestro.

Dei Verbum religiose audiens: una Chiesa che ascolta!

Così la Parola, lasciando il chiuso delle biblioteche e degli archivi, attraversando e rinfrescando le aule teologiche, ha ripreso la sua corsa ed è ritornata al centro delle nostre comunità e l’ambone, quale luogo della Parola, ha riacquistato di nuovo la sua dignità.

Quanto cammino e quanta ricchezza in tutto questo.

E quanta responsabilità di fronte alla Parola, che non è un libro, un foglietto, ma è Gesù Cristo, Parola fatta carne, e in Lui, solo in Lui e con Lui, guidati dallo Spirito, possiamo di nuovo ascoltare la storia di un Dio che è Padre, per poi narrarla per renderla attuale e contemporanea nelle nostre umili storie. Il Concilio ci consegna una Chiesa che ascolta, per questo i Padri conciliari nella Basilica diventata aula, si fermano innanzitutto dinanzi alla contemplazione della Parola. La Chiesa ascolta la Parola di Dio e ascolta le parole degli uomini, Bibbia e giornale e oggi nuovi mezzi di comunicazione, e le parole degli uomini le comprende e le interpreta solo alla luce di quella Parola eterna.

Abbiamo riscoperto la Scrittura, la Bibbia, il senso della Parola nelle parole, il linguaggio umano, perché il Verbo si è fatto carne eccetto il peccato, e la Parola si è fatta parole eccetto l’errore. Abbiamo riscoperto il carattere storico, salvifico e personale della Parola e la Bibbia è rientrata nelle nostre case ed oggi deve essere sempre più ripresa e spolverata.

Aiutati da esperti maestri spirituali, ci siamo affezionati a tante icone bibliche, che sono e devono diventare sempre più il fondamento, l’anima del nostro cammino di fede e dei nostri sempre nuovi cammini pastorali.

È tempo di insistere sulla lectio divina, nei percorsi di formazione e catechistici irrorati di Parola, senza nostalgie e ritorni indietro, ma avendo coscienza che senza la Parola ogni costruzione è destinata a crollare. Dobbiamo avere come criterio di discernimento la Parola, discernimento personale e comunitario, ma non la mia parola, ma la Parola di Dio letta nella Chiesa. Ci è chiesto più rispetto per la Parola e per i luoghi e gli strumenti della Parola.

Il Concilio vuole da noi più attenzione e capacità di affidamento a quel seme che il Seminatore, con gesto largo e gratuito, sparge nella nostra vita. Che non vada perso, calpestato, rubato, soffocato o dimenticato.

La Parola diventi per i singoli e le comunità l’alimento quotidiano, energetico e salutare, per superare l’anemia spirituale che sempre ci può ghermire e diventi il programma di ogni percorso di formazione.

Senza la Parola siamo destinati a perdere anche il Pane, la Preghiera, i Poveri, e diventiamo veramente poveri, anzi miseri, incapaci di ascoltare e comunicare il dono di Dio, tesoro e perla per le quali dobbiamo vendere tutto.

  1. Di te si dicono cose stupende, CHIESA POPOLO DI DIO

Lumen Gentium

Il terzo dono del Concilio – ma forse il primo! – è la riscoperta della Chiesa quale popolo di Dio, pellegrinante nei sentieri del tempo e in cammino verso la patria del cielo.

Chiesa pellegrina… “Ce ne siamo andati a piedi, per le strade, perdendoci in una strana nebbia dove i vivi e i morti, le persone reali e quelle immaginarie, si incrociavano e si confondevano senza sosta” (Nina Berberova, scrittrice russa).

È il mistero della Chiesa, il mistero della comunione dei santi!

È bello oggi riscoprire di più la dimensione comunionale della Chiesa, che è popolo sì, ma è popolo di Dio, e soffermarsi su quel genitivo – di Dio! –, che la sottrae all’uso democraticistico e la restituisce alla sua vera provenienza: Ecclesia de Trinitate.

Prima dei ministeri, dei compiti, delle funzioni, dei ruoli, il Concilio ci ha ricordato che siamo dei battezzati inseriti in un popolo che cammina verso la santità. Anzi, i ministeri intanto si possono esercitare, in quanto inseriti nell’unico popolo di Dio ed anche Maria, con i suoi doni e i suoi privilegi, è sorella che cammina con noi e innanzi a noi pellegrina nell’unico popolo di Dio.

È popolo di Dio la Chiesa, in cammino verso il Regno; il termine, la meta, non è la Chiesa, ma il Regno, di cui la Chiesa è germen et initium (cf. LG 5).

La Chiesa è plebs adunata, è convocata, chiamata, e in essa ci sono i catechisti, i ministeri liturgici, i membri dei consigli pastorali, i tanti fedeli laici, l’esercito della carità e del volontariato, samaritani e veroniche, i giovani, i sacerdoti, i diaconi, i religiosi e le religiose, il Vescovo, il Papa; e da riscoprire e infoltire, per non rimanere nel recinto, la presenza sociale e politica.

La Chiesa è un popolo chiamato, convocato, adunato, solo perché amato: Chiesa che ascolta, canta, celebra, prega, testimonia, serve e cammina, tra consolazioni e persecuzioni, verso il compimento del Regno.

Cammina sotto la croce e ai piedi di ogni croce, e avanza con le gambe dei sofferenti e dei diversamente abili, pienamente inseriti come membra nel corpo della Chiesa.

Riscoprirsi popolo di Dio ci rende più liberi e lieti e capaci di guardare ad ogni uomo per trovare, anche nelle rughe e negli sbagli, le tracce della firma di Dio (cf. Gn 1,26-27).

La Chiesa non è élite, è popolo di Dio, che appartiene solo a Lui, e vive come lievito nella storia, come luce, sale, città posta sul monte, sempre pronta a lavare i piedi dei fratelli e delle sorelle, che incrociano i suoi sentieri, ma sempre cosciente, per essere libera da ogni potere, che su ogni realtà è scritto più in là.

Di questa Chiesa, la nostra Chiesa amata, libera e forte, giovane e gioiosa, pur conoscendone  le rughe e i ritardi dovuti alla polvere della strada, dobbiamo dire cose stupende, quelle che solo Dio opera e solo occhi di fede sanno e possono vedere, evitando ogni lettura giornalistica della Chiesa.

Della Chiesa, che amiamo intensamente, si parla come della mamma, come dell’amato, come dell’amico, come del santo e, se un gesto è da compiersi, è evitare il proprio peccato, perché più bello diventi il volto della mia Chiesa.

  1. Di te si dicono cose stupende, CHIESA PER GLI UOMINI

Gaudium et Spes

 

La Gaudium et Spes è il quarto dono del Concilio, il più singolare, ed è la finestra aperta sul mondo per condividere le gioie e le speranze, le tristezze e le angosce, senza la quale ogni altro discorso rimarrebbe fra le mura di casa, ad intra.

Con il Vaticano II la Chiesa, come nel mattino di Pentecoste, passa dal pavimento del Cenacolo alla polvere della strada, sempre in uscita per andare dietro al Risorto che la precede; non dirimpettaia ma immersa nel mondo, con un suo dono proprio che le viene dall’alto, tra i vicoli della storia, nei cortili del quotidiano.

Esce la Chiesa perché il Verbo si è fatto carne… per noi uomini e per la nostra salvezza.

Qui bisogna riscoprire il sano e realistico ottimismo del Concilio, che ha nome Speranza, da riconsegnare all’uomo di oggi, ai giovani soprattutto, assetati di senso e incapaci di vivere il presente con sguardo profetico.

Vere clarescit (cf. GS 22): solamente nel mistero del Verbo incarnato trova vera luce il mistero dell’uomo: ecco donde nasce la speranza del Concilio!

Qui cogliamo l’originalità e la profondità dell’umanesimo cristiano: la vera luce si trova nella Luce (cf. Sal 36,10) e Gesù, e solo Gesù, è luce vera che illumina ogni uomo (cf. Gv 1,9). Per questo Pilato, in quella bella e inattesa lezione di antropologia, dirà: Ecce homo (cf. Gv 19,5).

La Chiesa del Concilio, per rimanere giovane e della giovinezza dello Spirito, riassume la grammatica dell’umano per dire ad ogni uomo e a tutto l’uomo, a chi sorride e a chi si dispera, il senso dei giorni e la capacità di leggere e interpretare, alla luce di Dio, i segni di tempi.

“I linguaggi umani, dotati di una loro grammatica e portatori di un senso proprio, vanno assunti, abitati, criticati e trasfigurati per dischiudere in essi, come avviene in modo stupendo nella parabole di Gesù, la similitudine che dice il mistero del Regno. Nei diversi spazi dell’esistenza umana dobbiamo imparare a dire la Parola cristiana, dentro le situazioni antropologiche. Dobbiamo essere capaci di dire quella speranza trascendente e tentare di anticiparla nelle esperienze di prossimità, vicinanza, passione educativa, carità, cura dell’uomo, servizio al povero. Questa dovrebbe essere l’icona vivente dell’antropologia del Concilio. Più che alla questione antropologica, il credente d’oggi è attento alla vita delle persone, ai processi educativi, all’educazione religiosa, alla vita fraterna, al servizio sociale, alla passione civile e all’impegno politico.” (Mons. Franco Giulio Brambilla, Vescovo di Novara).

Verso una conclusione…

“Non separarti dalla Chiesa!

Nessuna potenza ha la sua forza.

La tua speranza, è la Chiesa.

La tua salvezza, è la Chiesa.

Il tuo rifugio, è la Chiesa.

Essa è più alta del cielo e più grande della terra.

Essa non invecchia mai: la sua giovinezza è eterna.”

(San Giovanni Crisostomo, Homilia De capto Eutripio, PG 52,402).

Ma ognuno si chiede: che cosa posso fare io per la mia Chiesa? Ci risponde un bel testo di Madeleine Delbrel, Il filo del vestito:

Nella mia comunità, Signore,

aiutami ad amare,

ad essere come il filo di un vestito.

 

Esso tiene insieme

i vari pezzi,

e nessuno lo vede

se non il sarto che ce l’ha messo.

 

Tu, Signore, mio sarto,

sarto della comunità,

rendimi capace

di essere nel mondo

servendo con umiltà,

perché se il filo si vede tutto

è riuscito male.

 

Rendimi amore

in questa tua Chiesa,

perché è l’amore

che tiene insieme i vari pezzi.

Da un Concilio che si è definito pastorale è bene trarre uno stile pastorale.

La parola stile deve ritornare nel vocabolario della Chiesa: stile celebrativo, stile dell’annuncio, stile ecclesiale, stile nel rapporto con il mondo verso il quale, secondo la bella lezione del Concilio, dobbiamo nutrire nuova simpatia.

La parola stile coincide con la parola eleganza e in questo Maria, la Madre del Signore, la Madre della Chiesa, può essere una nostra valida ed insostituibile maestra.

Allora tutte le norme che il Vescovo può offrire alla Chiesa, passando per il buon senso e lo stile, non diventeranno divieti, ma modi nuovi ed intelligenti per salvaguardare il mistero e dialogare con la nostra gente, che è buona e vuole il bene e il bello.

Di te si dicono cose stupende, Chiesa di Nocera Inferiore – Sarno!

 

Rinascendo dall’alto, rifacendo l’uomo dal di dentro, accogliamo senza pregiudizi il dono del CONCILIO GIOVANE per ringiovanire, con la freschezza e la novità dello Spirito, la nostra vita e la vita della nostra Chiesa, imparando a mettere il vino nuovo negli otri nuovi (cf. Mc 2,22).

Forse, stralunati come Nicodemo, chiediamo:

Come può un uomo nascere quando è vecchio?

Può forse entrare una seconda volta nel grembo di sua madre e rinascere? (cf. Gv 3,4)

E come ci fa bene riascoltare, nello stupore della fede, la parola del Maestro, inceppati come siamo nelle nostre piccole idee:

Il vento soffia dove vuole e ne senti la voce, ma non sai da dove viene né dove va: così è chiunque è nato dallo Spirito (cf. GV 3,8).

Illuminati da uno squarcio di luce nella notte di Nicodemo e nelle nostre notti, abbeveriamoci ancora alle parole di Gesù:

Non meravigliarti se ti ho detto: dovete nascere dall’alto (Gv 3,7) perché, ci ricorda il Concilio, lo Spirito con la forza del Vangelo fa ringiovanire (la Chiesa), continuamente la rinnova e la conduce alla perfetta unione col suo sposo (LG 4).

 

Vi benedico

† Giuseppe Vescovo

 

Nocera Inferiore, 6 agosto 2014
Trasfigurazione del Signore